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Candiani a Castelnuovo: "Dobbiamo coltivare la parola in un oggi afflitto dalla volgarità del dire"

MICHELE FUOCO
Candiani a Castelnuovo: "Dobbiamo coltivare la parola in un oggi afflitto dalla volgarità del dire"

"Il nostro compito - dice la poetessa - è di mantenerla in vita perché è una via. Sulle vie ci si incontra e ciò che conta è il legame con gli altri"

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CASTELNUOVO. Otto raccolte di versi ha pubblicato Chandra Livia Candiani. L’ultima è “Fatti vivo” (Einaudi) che sarà presentata, sabato alle 16, a Castelnuovo nella Sala delle Mura. La Candiani dialogherà con Luigia Sorrentino.

La vita, sostiene nel suo libro, ci viene data, ma come diventa nostra?

«Questo è il nostro compito di umani, “farla” la vita, “farci vivi”. Assumersi la propria storia, indossarla e portarla con grazia e con giustizia mi sembra un passo importante. Uscire dalle convenzioni, dai pregiudizi ereditati e abitare il mondo con le nostre fragilità, con i nostri limiti e timori e agire per il bene comune, essere con. E non negare la morte, interrogarla, scandalizzarsi, avventurarsi nel non conosciuto».

Come bisogna porsi davanti al male?

«Il male che sia nostro o degli altri va accolto, sentito e allora arriva l’impulso a un’azione giusta. Se ascoltiamo e percepiamo, viene da sé come agire, nel proprio campo, con giustizia e senso di interconnessione anche con l’ambiente che ci circonda».

I suoi libri affermano una sorta di stupefazione, preghiera, religiosità della parola di fronte alle piccole essenze del mondo, da osservare con sguardo infantile…

«La parola “religiosità” mi si attaglia, mentre nelle religioni sto stretta. Credo che la religiosità sia naturale, un bisogno che se non soddisfatto ci lascia monchi e costantemente scontenti. Mi sembra che la poesia come la religiosità siano risposte all’altro, al mondo, alla sua bellezza e alla sua crudeltà, alle dolorose interazioni umane, alla meraviglia degli incontri. L’anima ha spesso percorsi che vanno a ritroso rispetto ai cammini lineari volti sempre a una meta che segnano il mondo. L’infanzia dell’anima è una conquista, la capacità di non sapere, di tremare insieme, di inventare la vita ogni volta da capo, come succede con la poesia, ogni verso mi trova impreparata e ogni volta che non scrivo penso sia per sempre e questa vertigine è necessaria per non diventare esperti, per conservare i miliardi di possibilità del principiante».

Cosa significa “lavorare come minatori al capezzale delle parole”?

«Significa che le parole stanno in un deposito di memorie e di uso comune, da cui vanno cavate, vanno pescate dal silenzio della lingua, esposte alle intemperie del vivere, portate alla luce e poi sgrossate, spolverate, lavate, fatte nuove. Questo è un tempo di parole a caso, di silenzi colpevoli, di volgarità del dire, di estinzione del senso profondo del parlare e compito del poeta è sentire l’agonia della parola e tenerle la mano, mantenere la parola in vita e ricordare che la parola è una via e sulle vie ci si incontra».

Cosa vale la pena custodire?

«Il legame con gli altri».

“Dammi l’acqua dammi la mano la tua parola che siamo, nello stesso mondo”: versi che suonano come invito a risolvere nodi del nostro tempo…

«Sì. Vivo parte del mio tempo con bambine e bambini che arrivano in questo mondo che non li accoglie, gli fa pagare il bagaglio di esperienze diverse da cui provengono anziché onorarlo e farne tesoro comune. Il mio sforzo, con la parola, con la faccia, con le mani che stringono altre mani, è di dirgli: sono nello stesso mondo, vieni, camminiamo insieme. Vacillando». —




 

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