Branduardi a Vignola: «La musica una magia mistica che avvicina all’estasi»
Il Maestro, in duo con il polistrumentista Fabio Valdermarin si esibirà mercoledì 19 settembre al Teatro Fabbri qui spiega il rapporto tra la sua arte e quella della parola
VIGNOLA. Angelo Branduardi, in duo con il polistrumentista Fabio Valdermarin, sarà in concerto stasera al Fabbri di Vignola.
Maestro, partiamo dal concerto di mercoledì sera - 19 settembre -, come sarà?
«È un concerto molto particolare, dove “meno c'è più c'è”, dove noi suoniamo anche per sottrazione e non solo per addizione. Perché lo facciamo? Perché creando spazi nella musica, la musica si alza, diventa non dico esoterica, ma diventa mistica. Il tentativo di creare spaesamento, che è il primo passo dell'estasi. Come mi insegna l'amico Ennio Morricone la musica si avvicina di più di ogni altra arte all'Altissimo, o come vuoi chiamarlo. Quindi noi creiamo una situazione di magia tale per cui, chiudendo gli occhi e allungando le braccia, il pubblico si alza. Senza usare paroloni, noi vorremmo creare una situazione di estasi, di trance».
Una volta lei ha detto che la musica non è “qui e ora” ma è “altro e altrove”.
«È entrare nell'altra parte della porta chiusa, è vedere quel che c'è di là. La capacità poi deve essere quella di rientrare, perché se si pensa di rimanere di là diventa problematico».
“Altro e altrove” oltre a essere il titolo di un suo lavoro è anche qualcosa che a molto a che fare con la poesia.
«Quello infatti è stato un disco interamente poetico, con poesie di popoli lontani con cui noi avevamo lavorato, cinesi, giapponesi, africani, cioè erano melodie e canzoni d'amore scelte tra quelle che abbiamo considerato le più belle del mondo».
Lei ha musicato anche testi di Yeats, di Esenin. Qual è il suo rapporto come musicista e compositore con la parola scritta da altri?
«Dipende dalla reazione emotiva che mi capita. Musicare una poesia, in teoria è una cosa sbagliata, perché la poesia ha già una sua melodia. Se aggiungiamo melodia a melodia diventiamo cacofonici. Però questo in teoria, e io sono passato direttamente alla pratica. Era tale e tanta la voglia di inglobare Yeats e Esinin, di essere loro, che io mi sono messo al lavoro per farle risaltare ancora più belle». —
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