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Ferroni: «L’impegno del poeta non è adesione politica ma cura dei valori del mondo»

Michele Fuoco
Ferroni: «L’impegno del poeta non è adesione politica ma cura dei valori del mondo»

Apertura ufficiale del Poesia Festival al Fabbri di Vignola con la lezione magistrale del critico. Prima e dopo di lui Scabia e Branduardi

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VIGNOLA. Sarà Giulio Ferroni a tenere la lezione magistrale per l’inaugurazione di Poesia Festival, domani sera, mercoledì 19 settembre, alle 21, al Teatro Fabbri di Vignola. Prima di lui il poeta e drammaturgo Giuliano Scabia, membro del Gruppo 63, leggerà i versi tratti dalle sue raccolte. La serata terminerà con il concerto di Angelo Branduardi.

Molto atteso l’intervento di Ferroni, uno dei massimi studiosi, già docente all’Università La Sapienza di Roma, che nella Storia della Letteratura Italiana (Mondadori) in quattro volumi, aggiornata fino al 2012, attraversa tutta la tradizione della letteratura del nostro paese.

Si può considerare viva, vitale l’esperienza letteraria italiana del Novecento?

«Sono convinto che il Novecento italiano ci abbia dato una grande letteratura, all’altezza della maggiore letteratura europea: con tanti autori e opere che hanno dato immagini determinanti dei caratteri della vita del secolo, di speranze, conflitti, orrori, contraddizioni che lo hanno costituito».

Lei che ha indagato tutta la letteratura italiana, ci può indicare, da critico militante, alcuni nomi che hanno segnato in modo incisivo percorsi innovativi nella poesia degli ultimi decenni?

«Mi sembra che la poesia degli ultimi decenni si sia allontanata dal modello “lirico” che aveva dominato in gran parte del Novecento e che la parola poetica si sia sempre più variamente contaminata con modi e forme della quotidianità, con molteplici situazioni della vita reale, fino al punto di muoversi verso la prosa. Ci si è allontanati della poesia “pura” di matrice simbolista, alla ricerca della parola assoluta: e in questo, su piani diversi e in direzioni anche contrastanti, un riferimento essenziale è stato costituito da poeti come Saba, Penna, Caproni, Giudici, Pasolini (ma hanno contato anche molti poeti stranieri)».

In un suo testo Lei mette in luce i “confini della critica”. Quali sono?

«Non ci sono confini precostituiti: o meglio i confini sono dati ogni volta dall’ascolto che richiedono le opere. Il critico deve saper ogni volta avvalersi di punti di vista e strumenti di lettura che siano congruenti con ciò che legge: non può credere di poter usare un metodo scientifico che sia valido una volta per tutte, ma deve sapersi mettere all’altezza dell’esperienza da cui l’opera è scaturita (naturalmente quando si tratta di esperienze davvero autentiche ed essenziali)».

Si può parlare oggi di correnti, tendenze, o il poeta resta confinato, come accade nell’arte, in un destino individuale, in una condizione di marginalità?

«Ci possono essere ancora tentativi di affermare tendenze, magari di creare piccoli gruppi in cui giovani autori si sostengano a vicenda: ma le condizioni dell’universo della comunicazione, dominato dalla rete, dal mercato, dalla pubblicità, rendono tutto ciò irrilevante. Ci sono poi gli scrittori di successo, le cui opere sembrano assurgere a modello e richiamano imitatori. Ma la letteratura resta confinata nella marginalità, nel rilievo degli esiti individuali: e proprio in questa marginalità può trovare la sua forza».

Si assiste oggi ad una vera invasione di poeti e scrittori. In che modo si può fare opera di discernimento? La critica può aiutare in questa operazione, visto che anche Lei ha stroncato nel volume “Sul banco dei cattivi” Baricco e altri scrittori alla moda?

«Il compito della critica sarebbe proprio quello di discernere, ma oggi è sempre più fuori gioco, scarsamente considerata, sempre meno visibile nei media: sostituita piuttosto dalla promozione editoriale. Eppure i bravi critici non mancano, anche nelle giovani generazioni».

Chi può aiutare poeti e scrittori a crescere?

«Si può crescere solo da se stessi, con la lettura dei grandi poeti, con la passione per la vita, con attenzione al mondo, dialogando con i maestri e con i coetanei. E occorre saper cercare e trovare l’essenziale: capire che non si tratta solo di combinare parole, ma che nelle parole va cercato il senso del mondo».

Esiste ancora il poeta, lo scrittore “engagé”? Si può considerare la poesia come felice unione di impegno morale e impegno estetico?

«Impegno non significa identificazione con particolari posizioni politiche, ma cura per il valore del mondo e della vita, per il destino individuale e collettivo, per un possibile “bene”. Questa cura è affidata all’esercizio della parola, alla salvaguardia e all’arricchimento della sua profondità o della sua leggerezza. Il poeta è uno che protegge la parola dalla sua contaminazione con la volgarità, l’indecenza, la distruzione dello spazio naturale e dello spazio umano (c’è sempre un respiro “ecologico” nell’esercizio della poesia)».

Poesia: dono o ricerca?

«Tutte e due le cose insieme: non so se poeti si nasce, ma certo poeti si diventa, a forza di interrogare le parole in rapporto alla vita e di guardare gli altri e il mondo nella cura per il comune destino».

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