Gazzetta di Modena

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cambio della guardia al policlinico 

Se ne va la dentista dei disabili quarant’ anni con i più deboli

Saverio Cioce
Se ne va la dentista dei disabili quarant’ anni con i più deboli

La dottoressa Paola Giulietti è in pensione. Lascia una documentazione unica su 5 mila casi curati con pazienti difficili, dai malati di Aids ai tetraplegici

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Più di quarant’anni passati a curare i denti di disabili, emofiliaci, malati di Aids e di altre patologie impossibili. Una sfida continua tra necessità cliniche e un aggiornamento professionale e miglioramenti nella tecnica per pazienti difficili, spesso saltando le ferie perchè le necessità dei suoi malati venivano prima della vita privata.

Ma ora per Paola Giulietti, odontoiatra titolare del reparto del Policlinico riservato alle cure odontoiatriche dei più diseredati, è arrivato il momento della pensione.

«Chi lo sa, magari continuerò la professione per qualche ora alla settimana ma solo gratuitamente, per volontariato» dice allegra, parlando a raffica con un tumulto di parole ma dove c’è sempre stato l’ascolto delle sofferenze. E appena si è diffusa la notizia del suo congedo è cominciato il tam tam tra le famiglie che la vogliono salutare e ringraziare. In quattro decenni di lavoro ha messo insieme un libro di situazioni affrontati e risolti: «C’è tutto quello che riguarda gli oltre 5 mila pazienti trattati - dice soddisfatta - Tutto informatizzato».

Arrivata a Modena da Sirolo (An), dove il padre fabbricava fisarmoniche e dove anche la strada dov’è c’è la casa di famiglia porta il suo nome, Paola Giulietti ha sostituito i panorami dell’Adriatico visto dai balconi del Conero con quelli padani, dai fiori di lavanda nei prati agli impianti di ortodonzia. Oggi che ha appena terminato gli ultimi adempimenti amministrativi, 64 anni compiuti, un marito nel suo stesso settore, due figlie sposate e un nipotino piccolo vicino casa a cui badare, la signora Paola fa il bilancio di una vita professionale affollata d’impegni.

«Il settore dell’odontoiatria sociale - spiega - è nato praticamente con noi quando il primario era Vernole ed era stato allestito uno spazio idoneo per i pazienti e per il personale, in modo da poter curare con tutte le garanzie necessarie pazienti veramente difficili. Già l’intitolazione di quel piccolo reparto, ovvero Centro odontoiatrico per portatori di handicap, spiega bene le finalità di una struttura specializzata che lavorava assieme agli anestesisti con un forte spirito di squadra. Anche quand’è scoppiata l’emergenza dell’Aids, malattia nuova e pericolosa trentacinque anni fa, mi sono messa al lavoro senza badare ai rischi potenziali. Precauzioni? Mascherina, occhiali e guanti, e tanta pulizia e lavaggi prima e dopo. Così è stato pure per i pazienti emofiliaci».

Si ferma un attimo, fa una pausa sfogliando da una cartellina le poche foto che ricordano quegli anni pionieristici. La foto dell’inaugurazione del reparto è dell’89; al suo fianco, lei è con una gonna a fiori e per niente intimidita, il gotha delle autorità cittadine e universitarie.

«Da parecchi anni gli spazi si sono ristretti - dice con una punta di rammarico - anche se la qualità dell’assistenza non è mai venuta meno. Noi sanitari ad esempio non abbiamo un nostro bagno per cambiarci e lavarci, dobbiamo andare in quelli dei malati. Pazienza, ora tutto questo è alle spalle. Certo che gli aggiornamenti e le soluzioni che trovavamo e sperimentavamo a Modena, presentandoli poi ai congressi internazionali, oggi non è più possibile farli». —



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