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il saggio 

«Vi racconto Raimondi studioso e campione di cultura e umanità»

MICHELE FUOCO
«Vi racconto Raimondi studioso e campione di cultura e umanità»

L’editore modenese Mucchi pubblica il saggio di Fausto Curi «Uomo generoso e di un’intelligenza acuta e apertissima»

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“Per affetto e gratitudine” nasce il libro “Cultura e umanità di Ezio Raimondi” (Mucchi Editore) che Fausto Curi, ora professore emerito di letteratura italiana contemporanea nell’Università di Bologna, ha dedicato allo studioso bolognese.

Come è nata la vostra amicizia?

«Non per caso. Credo sia nata dalla generosità di Raimondi e dall’influsso esercitato dalla costellazione che porta il nome di Renato Serra. I miei due maestri, Luciano Anceschi e Raimondi, erano due studiosi del critico cesenate. Molto inferiore a loro, finii attratto anch’io nell’orbita di Serra e questo mi permise, fra l’altro, di frequentarli e conoscerli meglio. Di lì credo sia nata e sia poi venuta rafforzandosi l’amicizia. Ai nomi dei due maestri aggiungo anche quello di Gianfranco Contini, altro grande studioso di Serra, dal quale credo di avere imparato molto».

Le sue fondamentali doti culturali e umane…

«L’intelligenza, in primo luogo. Pronta, acuta, lucida, apertissima. La cultura ricchissima, bene organizzata, che non ignorava nulla di ciò che i migliori ingegni hanno costruito nel campo delle letterature, delle arti, della filosofia e delle scienze umane. Ancora, la serietà nel lavoro, il chiedere sempre a se stesso un impegno che spesso non chiedeva ad altri, non per disprezzo ma per generosità. La sua umana generosità, infine, che ha beneficato moltissimi, a volte anche chi forse non lo meritava. E ciò non per mancanza di discernimento ma per un eccesso di pietosa benevolenza».

Singolari le qualità di narratore messe in luce, già a 26 anni, nel libro “Codro e l’umanesimo a Bologna”…

«Dal punto di vista narrativo, davvero un libro esemplare. Raimondi arricchisce così, anche con altri suoi libri, la folta schiera dei critici-scrittori: Serra, Contini, Anceschi, Sanguineti, Lavagetto…».

In che consiste il senso profondo della parola che egli coltivava?

«Il “senso profondo” della lingua nasceva da un’idea e da un sentimento della parola come organismo vivo, vitale, a suo modo perfetto, non riducibile a strumento. Raimondi non aveva alcuna ragione di amare D’Annunzio, ma ammirava quelle sue opere nelle quali la vitalità della lingua dava alla parola una forza e una precisione difficilmente uguagliabili».

Gli autori del passato e contemporanei che egli amava di più?

«Credo Petrarca, Tasso, Manzoni, sui quali ha scritto pagine indimenticabili. Tra i contemporanei Gadda sopra tutti, D’Annunzio, Serra. Quanto a tutti gli altri, ammirava con prudenza. Forse, da storico, li sentiva troppo vicini per un giudizio equo ed esplicito».

Raimondi come considerava il “Gruppo 63” di cui lei è stato membro?

«Non ne abbiamo mai parlato. Credo che non amasse il Gruppo 63. Ma l’amicizia prevedeva tacitamente il reciproco rispetto». —



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