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Modena, Enrico Manelli: lo scenografo dell’avanguardia

Michele Fuoco
Modena, Enrico Manelli: lo scenografo dell’avanguardia

Nei primi anni Settanta creò il collettivo La Ribalta. Ha lavorato con Celli, Benigni, Dalla e Parenti

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MODENA Ha curato la scenografia di spettacoli in teatro e luoghi storici, in Italia e all’estero, Enrico Manelli che è stato direttore dell’Accademia di Belle Arti di Ravenna e anche docente di scenografia all’Accademia di Bologna, dove tuttora tiene il corso di scenotecnica “Dal bozzetto alla restituzione prospettica”. Cattedra che riuscì a trasferire a Cesena, al Teatro Bonci e Conservatorio Bruno Maderna, per finalizzare, come prima esperienza in Europa, l’insegnamento alla scenografia per il melodramma.

Tra i compagni di viaggio Giovanni Bartoli, Giorgio Celli, Gianfranco Ferri e Vittorio Mascalchi, con i quali progettò le scene per “L’inconscio cibernetico” allestito, nel 1973, a Parigi presso l’Espace Pierre Cardin e a Bologna nella Galleria d’Arte Moderna. Sua la scenografia del film “Chiedo asilo”, interpretato da Roberto Benigni, ma anche di film per la televisione, come “C’era una volta io, Renato Rascel” e “Canto per la libertà” per Rai2. «Quando entrai in Accademia alla scuola di scenografia, trovai - racconta il modenese, che ha collaborato anche con il Piccolo di Milano - un ambiente rigorosamente rispettoso dei canoni prospettici e pittorici che mi hanno dato, essendo amante della pittura e della prospettiva (avevo studiato al Venturi) quel rigore nella ricerca per la composizione del bozzetto, intuendo però che i tempi stavano cambiando con nuovi materiali e tecniche costruttive e pittoriche.

A Bologna si formavano, allora, numerosi gruppi sperimentali. Mi rivolsi all'Istituto di Studi musicali e teatrali dell'Università (IMET) dove incontrai Gianfranco Ferri che, dopo avermi squadrato in silenzio per 10 minuti, mi invitò alle prove di “Prometeo”, con regia di Arnaldo Picchi, in Aula Magna. Per la mattina dopo volle un bozzetto di scena. Da quel giorno abbiamo collaborato per 40 anni». 

Come si concepiva una scenografia negli anni della contestazione?
«Si partiva dal concetto che il teatro dovesse essere di tutti, uscendo da schemi e stereotipi, per andare verso il decentramento teatrale. Il problema, in verità, era un altro: coinvolgere il pubblico in tutti i modi possibili, facendogli sentire non solo il bel canto o l'ottima recitazione, ma l'urlo, il sudore, farlo partecipe di ciò che vedeva e sentiva. La scenografia era supporto integrante, a volte scarna ma con rimandi visivi al recitato. Cominciammo a sperimentare le prime proiezioni e da ciò nacquero le performance. La scenografia di oggi si compone spesso di proiezioni di immagini e di effetti ottici».
 
Un ruolo importante hai avuto anche nel Laboratorio del Teatro Comunale di Bologna...
«Una volta costituito il collettivo in cui confluirono gli studenti del mio corso, suscitando un certo scompiglio in Accademia, mi venne assegnato da Comune e Provincia un ruolo e la sede presso il Teatro La Ribalta, dove realizzammo tanti progetti teatrali, offrendo le nostre idee ai più importanti gruppi sperimentali: Gruppo Libero, Teatro Evento... Con il sovrintendente Carlo Maria Badini, nacque al Teatro Comunale un laboratorio di realizzazione, con la direzione di Ovidio Gardenghi e poi con Koki Freghi con cui avevo già collaborato, facendo confluire gran parte del collettivo, diventandone il responsabile di laboratorio. Realizzammo anche importanti scene di noti artisti, come Minguzzi, De Vita, Anna Anni. Mi venne chiesto di ideare le scene del “Pulcinella” di Stravinskij per la regia di Menegatti, con Carla Fracci e Amedeo Amodio. È il mio primo importante progetto scenografico per un ente lirico».
 
Fondamentale la tua esperienza con Giorgio Celli...
«Con Franco Ferri presso l'IMET (Istituto da cui nascerà il Dams), vennero alla luce nuovi progetti. Un giorno in teatro mi presentarono Giorgio Celli, professore di entomologia, ma anche poeta, e critico, già famoso nell'ambiente culturale. Rimasi colpito dal suo modo di raccontare e scrivere episodi evocativi, intrisi di profonda umanità. Mi raccontò in breve il suo ultimo testo teatrale “Il sonno dei carnefici" per il quale progettai un impianto scenico cinetico visivo per la chiesa di S. Lucia in Bologna e la chiesa di S. Nicolò a Spoleto nell'ambito del Festival dei Due Mondi, definito dalla critica di allora la Mirafiori della scenografia italiana. Celli fu attratto dalla mia pittura che definiva “dilavata dal tempo”, e presentò mie mostre personali. Credo sia il personaggio che io abbia più amato e rispettato. Era in consonanza con il mio modo di sentire».
 
E i legami con Lucio Dalla?
«Nel 1974 venne, con mia grande sorpresa, a cercarmi presso il Teatro La Ribalta Lucio Dalla, accompagnato da Roberto Roversi autore dei testi di “Scrivere, sognare, piantare alberi” interpretati da Lucio. Oltre alle scene mi impegnai, con i ragazzi, a realizzare la copertina del disco e la locandina dal titolo “Anidride solforosa”. Un lavoro pieno di soddisfazioni per tutti. Con Dalla non abbiamo più avuto occasioni di lavorare insieme. Penso non mi abbia mai perdonato il fatto di aver chiuso, dopo qualche tempo, il collettivo».
 
E con Roberto Benigni?
«A Bologna ormai eravamo il gruppo più noto. Venne il momento del cinema di Mauro Bolognini che girò in città “Fatti di gente per bene”, sul processo Murri. Curai tutte le ambientazioni bolognesi, ricevendo i complimenti della produzione. Ciò determinò l'incontro con Marco Ferreri che era a Bologna per i sopralluoghi degli ambienti del film “Chiedo Asilo” interpretato da Benigni. Mi affidarono le scenografie e ambientazioni, visitando non ricordo se più ristoranti o ambienti fra Bologna, Roma, Ferrara, Alghero. Con Roberto, già allora simpatico istrione, con cui ho lavorato sei mesi, non si smetteva mai di ridere e scherzare. Il prodotto fu eccellente. Al film fu assegnato “L'Orso d'oro” al Festival di Berlino ed io presi il “Premio Qualità” assegnato dal Ministero Turismo e Spettacolo italiano. Un’altra avventura il film Flipper Rai2 regia Andrea Barzini, presentato al Festival di Venezia, sezione De Sica».
 
Come si concepisce un progetto di scena? Quale ti ha dato maggiori soddisfazioni?
«Un bozzetto scenografico nasce dopo avere avuto indicazioni di regia e una attenta lettura della trama. Si deve saper coniugare l'idea con le esigenze di scena, spazi, volumi, masse. La scenografia che mi ha dato più soddisfazioni è quella de “Il Sonno dei Carnefici” di Celli».
 
A quale scenografia sei particolarmente legato?
«Alla scenografia de “Il Bagno” di Majakovskij per il Teatro Stabile Bologna. Ricordo l'emozione di stringere la mano a Franco Parenti che mi illustrava come aveva pensato lo spettacolo. Ero giovanissimo, 22 anni, e avevo nel 1968 un coraggio da leone. Quando gli presentai i bozzetti ebbi un colpo al cuore. Sentirmi fare i complimenti da un grande mattatore del teatro italiano mi diede la forza e l'entusiasmo di avventurarmi nel mondo dello spettacolo».
 
Da alcuni critici sei stato definito un “eclettico”, “un uomo rinascimentale”... 
«Forse perché nella mia lunga carriera ho intrapreso molte discipline. Ho spaziato dalla pittura alla scultura e alla scenografia. Ho progettato allestimenti per fiere e pinacoteche, per grandi teatri e spazi sperimentali anche all'estero, insegnando ai miei tanti allievi l'amore e la dedizione per tutto quello che si fa: uno spillo o un transatlantico. Ho raccolto molti premi e riconoscimenti». —
MICHELE FUOCO
 

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