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Un negozio che da 60 anni mette la testa a posto «Adesso anche ai giovani»

ANDREA C. SONCINI
Un negozio che da 60 anni mette la testa a posto «Adesso anche ai giovani»

Massimo e Alessandro D’Elia Il barbiere 80enne, amico di Enzo Ferrari, e il figlio raccontano come è cambiato, nel tempo, un lavoro antico

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Diamoci un taglio. O è la fine di una brutta storia, o l’inizio di una bella acconciatura che ti farà sentire bene, perché un bel taglio è meglio di un biglietto da visita. Anche di un tatuaggio, dato che se non ti piace più la prossima volta basterà una sforbiciata.

Al n. 73 di Corso Canal Grande c’è la bottega dei D’Elia – barbieri da tre generazioni – aperta nel 1938, ben ottanta anni fa: gli stessi che oggi ha Massimo, il barbiere più anziano di Modena. «Questo negozio – racconta, minuto e con un filo di voce – l’ha voluto Enzo Ferrari. Mio zio, originario di Terracina, quando faceva il militare a Modena andava a trovare un amico barbiere al quale dava una mano, e lì conobbe Ferrari. I due strinsero amicizia, ma alla fine del servizio di leva mio zio tornò a lavorare a Roma. Allora il Drake gli disse che se apriva a Modena l’avrebbe aiutato. Ferrari è venuto qua tutte le mattine dal 1938 al 1988, mentre la domenica e il lunedì si andava a casa sua perché il negozio era chiuso. Io sono qua dal 1962 e ora lavoro con mio figlio».

È mai andato a vedere una gara di F1.

«Ero obbligato. Ferrari non andava mai. Quando c’erano il Gran Premio di Imola e Monza mi portava i biglietti, poi il lunedì mattina io ero il primo che vedeva perché andavo a fargli la barba, e voleva sapere un po' di tutto, perché io gli raccontavo cose che esulavano dalla corsa».

Ma com’è cambiato il mestiere dal 1962?

«Radicalmente. Nei primi anni ’60 la clientela era in gran parte l’aristocrazia modenese. Si può dire che il nostro mestiere si basava sulle barbe, un servizio però alla portata di tutti. Ma a quei tempi c’erano altri ritmi: si veniva in negozio e si stava mezz’ora per farsi fare la barba. Poi è cambiato tutto: la vita frenetica, i rasoi elettrici, le tariffe aumentate. Una volta qua dentro lavoravamo in quattro, ora siamo in due».

Ma negli anni del cosiddetto “edonismo reaganiano”, quando la gente teneva particolarmente al look, era lo stesso?

«C’è stato un momento nel quale la gente veniva una volta alla settimana, ma anche questo si è perso. Il paradosso è che ora ci tiene di più il giovane ad avere un aspetto curato, gli anziani più invecchiano più si trascurano: ma è il problema dell’impoverimento generale del ceto medio. Tutto questo ha portato alla crisi dei barbieri ma anche di ciò che stava intorno: per esempio i prodotti per la cura del capello, che ora non si vendono più. Quindi per continuare abbiamo dovuto aumentare la clientela».

Facile a dirsi, ma come si fa?

«Per battere la concorrenza devi lavorare il meglio possibile, e trattare meglio la gente. Da quando c’è mio figlio c’è stato un ringiovanimento della clientela. Abbiamo abbassato le tariffe pensando proprio ai più giovani».

Alessandro, che cosa ha aggiunto al negozio?

«Io ci metto un aggiornamento degli stili. Poi è ovvio che sono più in sintonia col mondo dei giovani che frequento. Può sembrare una sciocchezza, ma il rapporto col cliente si stringe anche per una chiacchierata sul fumetto o sul calcetto. In primis conta il lavoro fatto, ma bisogna essere anche essere un po’ psicologi: una persona torna perché si è instaurata simpatia; ma c’è anche chi non ama parlare».

Oggi tutti vogliono fare il calciatore o l’astronauta: con che spirito un giovane perpetua una tradizione familiare così demodé?

«Io questo lavoro lo faccio con fierezza».

L’ultima domanda è per Massimo: che cosa lo spinge ad andare in negozio tutti i giorni alla sua bella età.

«Sono dentro un negozio di barbiere da sessantasei anni. Secondo te, ho la passione oppure no?». —



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