Caldo record, Modena tra le settanta città che si sono riscaldate di più in Europa
Dal 2000 ad oggi la temperatura media è salita di 1,2 gradi, raggiungendo quota 14 gradi. L'allarme del meteorologo dell'Università di Modena, Luca Lombroso: «Entro quarant'anni non esisteranno più ghiacciai in Trentino e in Veneto. Significa che si deve cambiare rotta, altrimenti saremo spacciati»
MODENA. Di buone notizie non ce ne sono molte, visto che con 1,2 gradi in più nel periodo 2000-2017 rispetto alla media del secolo scorso, Modena si piazza al quinto posto su 54 città italiane e al 70mo tra le 560 europee analizzate grazie ai dati dello European Center for Medium-Range Weather Forecasts.
I risultati dell'analisi su 117 anni di dati meteorologici
Numeri piuttosto preoccupanti, come quelli delle giornate calde (sopra i 28 gradi di media) passati da 0,3, che rappresentano la media del ventesimo secolo, ai 4 del 2000, raggiungendo quasi 15 nel 2014, l’anno più caldo: il dato medio parla di 4,2 giornate calde all’anno nel periodo 2000-2017, ovvero 14 volte più del secolo scorso. Numeri in linea con il resto d’Europa: le città del Vecchio continente che si sono scaldate di più sono infatti le spagnole Granada (+1.59°), Córdoba (+1.53°), Linares (+1.52°) e Pori (+1.52°), in Finlandia.
Kiruna, Fredrikstad e Lappeenranta, rispettivamente in Svezia, Norvegia e Finlandia, che dal 2000 in poi hanno visto la colonnina di mercurio innalzarsi mediamente di 3,4 (Kiruna) e 3 gradi (Fredrikstad e Lappeenranta) rispetto alle medie del secolo passato.
Aumenti molto preoccupanti, anche se il +1,2 di Modena, che nel 2017 ha visto la temperatura media raggiungere i 14 gradi, non è certo rassicurante. In particolare, gli anni più caldi sono stati il 2003, il 2007, il 2009, il 2014 e il 2015, quando la temperatura media ha addirittura sfiorato i 15 gradi. Significative anche le cifre che riguardano i giorni di gelo modenesi: se nel ventesimo secolo le temperature erano scese sotto i -1 gradi per 8,6 volte all’anno, tra il 2000 e il 2017 è successo solo 3,7 volte all’anno (mai nel 2014 e 2015). Interessante anche il rapporto tra aumento delle temperature e giorni di scuola: se nel secolo scorso erano stati solo 2,6 i giorni all’anno in cui il termometro ha superato i 22 gradi di media (temperatura sopra la quale si considera che la capacità di apprendimento cali sensibilmente), dal 2000 al 2017 il dato è sostanzialmente triplicato, raggiungendo i 6,4 giorni di “sforamento”.
Tornando ai dati nazionali sull’innalzamento delle temperature, Modena si colloca dunque al 70esimo posto su 560 città: se quasi tutte le realtà del nord hanno superato il grado di aumento a sud la situazione si inverte, dall’aumento più basso, che vede Cagliari, Gela e Siracusa ferme ad un buon +0,3, a grandi città come Napoli, dove lo scostamento è stato di 0,7 gradi, e Bari, con un +0,8. Situazione simile, invece, per le altre città emiliano romagnole, tutte comprese tra 1,1 (Rimini) e 1,3 (Piacenza) gradi di aumento medio.
L'esperto: "I nostri figli da adulti non vedranno più i ghiacciai"
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L'INTERVISTA. Volendola vedere positivamente - ma il bicchiere non è mezzo pieno, e nemmeno pieno per un quarto - nel futuro (quasi) apocalittico c’è anche un altro messaggio, che suona come un “carpe diem” all’ennesima potenza: chi ha figli piccoli li porti a scoprire le meraviglie dei ghiacciai, perché da grandi potrebbero non vederli. Il fatto è che qui non c’entra il futuro distopico di tanti film recenti, ma la realtà del nostro pianeta.
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Una realtà nemmeno troppo lontana nel tempo, come sa bene Luca Lombroso, meteorologo “esperto di clima e di pupazzi di neve”, fa notare sul suo sito web, e responsabile tecnico dell’Osservatorio geofisico dell’Università di Modena e Reggio Emilia. Nella sua attività di divulgatore ambientale, Lombroso - noto al pubblico per essere stato ospite del talk show “Che tempo che fa” dal 2003 al 2007 - ha affrontato spesso il tema del cambiamento climatico, che nei giorni scorsi è stato definito “la più grande sfida dell’umanità” in un appello lanciato dall’attrice Juliette Binoche e dall’astrofisico Aurélien Barrau e sottoscritto da 200 personalità di tutto il mondo.
Lombroso, partiamo dall’anno in corso: per Coldiretti, in Italia è stato il terzo più caldo dal 1800.
«Al di là delle classifiche, stiamo vivendo un periodo di nuova normalità, mentre i riferimenti del passato iniziano a non essere più validi. Oggi il riscaldamento globale è un dato consolidato, sul quale non c’è più discussione scientifica: nessuno può negarlo, insomma, anche se ci sono differenze da un anno all’altro e da zona a zona. La situazione sta cambiando in modo inequivocabile e drammatico per cause che dipendono in gran parte da fattori umani: anzi, se dipendesse dai fattori naturali, la tendenza sarebbe opposta, ovvero quella del raffreddamento».
Situazioni che cambiano da zona a zona, dunque: l’Europa come sta?
«L’Europa è il continente che si è scaldato più di tutti, e l’area del Mediterraneo in particolar modo: se negli ultimi decenni il globo ha visto le temperature medie aumentare di 8/10 di grado, in Italia l’aumento è stato tre volte più grande. In generale, i punti più sensibili, e quindi le zone che hanno risentito maggiormente dei cambiamenti, sono i Poli, i Tropici e il bacino del Mediterraneo».
Restando in Italia, i primi a rischiare sono i grandi ghiacciai delle Alpi.
«I ghiacciai di Trentino, Veneto e Alto Adige scompariranno entro 20-40 anni: si tratta di un processo irreversibile, e quindi possiamo dire che questi ghiacciai sono spacciati. Anzi, consiglierei a chi ha bambini piccoli di portarli a vedere queste meraviglie, perché quando saranno grandi non lo potranno più fare. Qualcosa potrebbe salvarsi a quota quattromila, in Val d’Aosta e Piemonte, ma per quelli più bassi la strada e segnata, e oggi non c’è nulla che possiamo fare per tornare indietro. Si tratta di un processo lento e inesorabile, ma con possibili collassi repentini. Penso al “Pasterze”, sul complesso austriaco del Grossglockner, il più grande ghiacciaio d’Europa, che ha subito un ritiro impressionante: se la lingua di ghiaccio rimasta si dovesse frantumare, il collasso sarebbe velocissimo».
Dal ghiaccio che si ritira ai nubifragi e tornado: dovremo abituarci a fenomeni meteorologici estremi?
«In questo caso il tema è più complesso, con evidenze inferiori rispetto a quelle dei ghiacciai: anche in Italia abbiamo avuto violenti temporali, tornado o nubifragi, ma con una statistica inferiore. Il fatto, però, è che proprio a causa delle nuove condizioni climatiche, qualsiasi fenomeno assume caratteristiche diverse dal passato: se i mari sono più caldi, allora è più facile che si verifichino fenomeni come il ciclone simil-tropicale che si sta formando in questi giorni nel Tirreno, all’altezza della Sardegna. Il che non significa che avremo uragani come quelli a cui sono abituati negli Stati Uniti, ma i “cugini” degli uragani americani sì».
Il futuro del pianeta, insomma, è segnato. Ma è troppo tardi per fare qualcosa?
«No, non è mai troppo tardi: se impedire il cambiamento climatico è impossibile, tutti noi abbiamo la responsabilità di evitare che il fenomeno degeneri. Per esempio, sarebbe importantissimo evitare che il riscaldamento rispetto all’era preindustriale raggiungesse i due gradi: uno ormai è andato, e un altro mezzo grado è praticamente inevitabile. Sul mezzo grado restante, però, possiamo fare ancora molto. E il confine tra questo grado e mezzo e i due gradi è lo stesso che c’è tra il pericoloso e il catastrofico: è qui che possiamo ancora fare qualcosa».
Di chi è la colpa di questa situazione?
«La colpa storica è dei Paesi industrializzati: Europa, in particolar modo Gran Bretagna, Stati Uniti, Canada e in misura minore anche Russia. Poi ci sono i Paesi emergenti, che hanno semplicemente seguito gli altri. Ma ora non ha senso dare la caccia ai colpevoli, mentre ha senso fare qualcosa. E se anche Trump esce dall’Accordo di Parigi, chi resta ha il dovere di rispettare i patti».
Nel frattempo, le città bloccano sempre più auto a gasolio per ridurre lo smog.
«Si tratta di provvedimenti che non hanno nulla a che fare con il cambiamento climatico, ma che servono appunto per ridurre l’inquinamento urbano, e che di fatto assomigliano un po’ a una cura omeopatica per un malato di tumore. Quindi, se parliamo di auto, io non vedo altra soluzione che l’eliminazione del motore a scoppio nel giro di 15-20 anni, e comunque entro il 2040. E’ possibile? Se sì bene, altrimenti siamo spacciati».
Fra tre mesi si terrà la 24esima conferenza sul clima a Katowice, nel cuore “carbonifero” della Polonia.
«Il fatto che siamo arrivati all’edizione 24 la dice lunga sulla situazione. Intanto, è arrivata una pessima notizia per il rispetto dell’Accordo di Parigi: nel 2017, le emissioni di anidride carbonica sono tornate ad aumentare. Insomma, siamo sulla strada sbagliata: la rotta va invertita subito, entro il 2020, se non vogliamo raggiungere presto una condizione di invivibilità del pianeta».
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Aggiornamento del 3 ottobre. Dopo la pubblicazione, lo European Data Journalism network ha riscontrato un errore nell’elaborazione – coordinata da J++, Vox Europe e OCB Transeuropa – dei dati di 38 delle 558 zone europee esaminate. L’errore ha riguardato per l’Italia le zone di Belluno, Piombino e Aosta. Abbiamo provveduto a rettificare le informazioni inizialmente riportate in questa pagina.
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