«Imprenditori e mafiosi? Accuse false»
Processo Aemilia alla resa dei conti: i Bianchini di San Felice e il petroliere Gibertini si difendono con i prof universitari
REGGIO EMILIA
Quattro avvocati, tra i quali due professori universitari, per la “contraerea” finale alle pesantissime richieste di condanna della Direzione Distrettuale Antimafia. Li hanno schierati ieri i due imprenditori modenesi più noti del processo Aemilia. Parliamo di Augusto Bianchini, imputato di concorso esterno alla ’ndrangheta emiliana e di altre “amenità”, come la distribuzione di amianto nei cantieri della ricostruzione del sisma. Bianchini, coimputato con la moglie Bruna Braga e i tre figli, è difeso da un collegio guidato dal prof Giulio Garuti e dal collega Simone Bonfante. Un’esperienza che, da universitario e da oratore, Garuti ha inteso consigliare ai colleghi docenti affermando di «avere avuto la fortuna di partecipare ad un processo come questo, fortuna che tutti i miei colleghi dovrebbero avere almeno una volta nella vita, per quello che ho potuto imparare».
E parliamo di Gino Gibertini, già presidente di Modena Volley e socio del Modena calcio , e titolare della più importante ditta di petroli della provincia, accusato di una estorsione aggravata dal metodo mafioso, per riscuotere con l’aiuto dei calabresi un debito non pagato. A difenderlo, anche ieri, sono intervenuti il prof Sgubbi e l’avvocato Pastorelli. In un’aula bunker semideserta - a dispetto della fase cruciale del processo più grande della storia italiana alle infiltrazioni di mafia al Nord - al mattino è stata la volta della difesa di Bianchini, presente in prima fila con la moglie Bruna. E Garuti, prima della chiosa finale, non si è certo risparmiato, «respingendo» le repliche della Procura, che chiede 55 anni complessivi per la famiglia e che la scorsa settimana ha lungamente attaccato, anche con una nuova memoria scritta d’accusa. Domandandosi perché la Dda abbia dedicato tanto spazio ai Bianchini anche nelle repliche, Garuti ha sostenuto che «il dibattimento di questi due anni ha pesantemente incrinato la struttura accusatoria, direi che le ha tolto forza: i pentiti non sanno chi è Bianchini, la messa a disposizione di Bianchini alla ’ndrangheta non è stata provata, la collaborazione è stata un nulla di fatto. Le tesi investigative hanno fatto riferimento a prove che il dibattimento non ci ha restituito». Garuti evocando le intercettazioni ha elencato tra l’altro il caso amianto sotto la Phoenix, il caso Edilcutro, per concludere che non c’è mai stata la volontà, che è mancata la consapevolezza» di avere a che fare con la mafia. Ha parlato per altre accuse di « quinta e diversa versione dell’accusa», ha evocato il curatore fallimentare, per ribadire che non c’era traccia di consapevolezza delle infiltrazioni nei suoi atti ispettivi, ha sostenuto che i famosi video del figlio di Augusto, Alessandro (i video che inguaiano funzionari dello Stato e Giovanardi) erano stati filmati all’insaputa dei Bianchini e che erano conservati in pc dove Augusto non li avrebbe mai trovati. Sulle false fatture alla cosca il legale ha insistito negandone la rilevanza ai fini della mafiosità, così come ha inquadrato come semplici irregolari subappalti gli impieghi degli carpentieri di Bolognino nella ricostruzione.
Ancora più dure le parole di Bonfante, che ha parlato di «colpi a vuoto dell’accusa» e di tecnici affidabili (per la Procura invece inaffidabili) cui si era affidato in buona fede Bianchini: «Gli unici ciarlatani erano quelli della Safi», i finti agenti segreti cui Bianchini («disperato») si era rivolto per riavere l’iscrizione alla white list. Insomma, tutti da assolvere. —
ALBERTO SETTI
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