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Nichelli, dal martelletto alla cura dell’ictus

Luca Gardinale
Nichelli, dal martelletto alla cura dell’ictus

Il direttore della Neurologia di Baggiovara, si racconta a due mesi dalla pensione «Dopo 44 anni lascio felice di aver vissuto un’epoca d’oro per la mia branca»

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Prende in mano il martelletto e sorride, pensando ai 44 anni passati insieme a lui. E poi vede il diapason, qualche centimetro più in là: prende anche lui, lo fa vibrare appena e sorride di nuovo. «Sì, sono stato fortunato», e guarda il quadro che ricorda la sua esperienza americana. Ancora due mesi, e Paolo Frigio Nichelli, milanese di nascita ma modenese dal 1974, direttore della Struttura complessa di Neurologia dell’ospedale di Baggiovara, lascerà il suo ruolo per andare in pensione.

Direttore Nichelli, come sono stati questi 44 anni?

«Sono stati anni molto fortunati. Anzi, io sono stato molto fortunato, perché ho vissuto uno dei momenti più vivaci della mia branca. Se penso che quando ho iniziato a lavorare gli unici strumenti a nostra disposizione erano il martelletto e il diapason…».

Un altro mondo, insomma…

«Sì, perché allora le conoscenze erano tutte basate sulla raccolta dei segnali, ovvero dei sintomi. E visto che non c’era ancora la Tac, la divisione del cervello era semplicemente tra la parte davanti, quella dietro, la sinistra e la destra. Io ho avuto la fortuna di essere allievo del professor Ennio De Renzi, il fondatore della neuropsicologia, che utilizzò la statistica per trarre conclusioni sul funzionamento del cervello. In ogni caso, quando ho iniziato, la neurologia era descrittiva: quando arrivava un paziente con ictus, l’obiettivo principale era… non fare dei danni».

Un altro momento importante della sua carriera?

«Ricordo la grande emozione provata quando il professor Giuseppe Scotti andò a Montréal, in Canada, e vide la prima Tac: allora sembrava qualcosa di impensabile, e di fatto quell’innovazione ha cambiato il nostro lavoro, trasformandolo da qualcosa di puramente descrittivo in quello che è diventato oggi».

E un momento importante degli ultimi anni?

«Il 2006, quando siamo venuti a Baggiovara, con la nascita della Stroke Unit. In realtà il passaggio dal Policlinico è stato piuttosto semplice, perché eravamo già preparati al trasferimento, e soprattutto perché avere persone molto giovani a disposizione è stato un grande vantaggio».

Oggi siete un centro all’avanguardia per la cura dell’ictus.

«Un grande passo avanti è stato capire, dopo tante sperimentazioni, su quali pazienti si può fare la trombolisi endovenosa, mentre in caso di ostruzione di grossi vasi c’è la trombectomia direttamente nell’arteria cerebrale ostruita, in modo da frammentare e sciogliere il trombo. Risultati arrivati anche grazie alla Stroke Unit: diciamo che averla proprio nel momento in cui partivano queste possibilità è stata una combinazione fortunata».

E poi c’è l’Alzhiemer, una delle grandi sfide di oggi.

«Si tratta di un settore che si sta ridefinendo continuamente, e non posso nascondere che la mia aspettativa di avere farmaci utili in tempi brevi sia stata disattesa. In realtà, la medicina ci sta lavorando tantissimo, ma la mia speranza era quella di arrivare alla pensione con un farmaco che potesse curarla, ma bisognerà aspettare ancora».

In questi 44 anni ha visto tutti i cambiamenti della neurochirurgia: cosa si aspetta per il futuro?

«Mi aspetto soprattutto un pieno ingresso dell’intelligenza artificiale nel settore, a patto però che non si tolga spazio al rapporto con le persone. Il confronto con il paziente, infatti, è sempre stato al primo posto nel mio e nel nostro lavoro. Un rapporto non sempre facile, perché è importante cercare e trovare sempre la giusta distanza rispetto al paziente: per farlo servono capacità psicologiche e tecniche che vanno insegnate, perché è una delle cose più complicate da gestire». —



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