Zocca. «Ho sparato per paura Giuseppe mi minacciava brandendo un coltello»
Così il 16enne al gip che ha convalidato il fermo e disposto la custodia in carcere Il padre: «Stavo pulendo il pozzo e ho trovato il corpo». È stato lui a dare l’allarme
ZOCCA
Il Giudice per le indagini preliminari per i minorenni di Bologna Anna Filocamo ha convalidato il fermo e disposto la custodia cautelare in carcere per il 16enne fermato per l’omicidio del coetaneo Giuseppe Balboni. Era la misura chiesta dal pubblico ministero Alessandra Serra, nel corso dell’udienza di convalida durata 4 ore che si è tenuta ieri pomeriggio a Bologna. Mentre non è più contestata l’aggravante della premeditazione, presente invece nei primi atti firmati mercoledì dai pm.
Davanti al gip è comparso anche il 16enne, difeso dagli avvocati Icilia Leoni e Pietro Gabriele, che ha risposto all’interrogatorio, confermando quanto aveva già detto ai pm: «Ho ucciso io Giuseppe e l’ho fatto per paura».
L’accusa è di omicidio volontario, per aver sparato due colpi al volto di Giuseppe Balboni usando il revolver calibro 38 del padre, con l’aggravante dei futili motivi, e dell’occultamento di cadavere.
Cadavere che è stato trovato proprio dal genitore: «Martedì mattina stavo pulendo il pozzetto della nostra abitazione - ha raccontato il padre agli inquirenti - Era circa mezzogiorno e ho visto il corpo di Giuseppe. A quel punto sono andato da mio figlio e lui è scoppiato in lacrime».
Solo allora, dopo che erano trascorsi otto giorni dalla scomparsa della vittima, sono stati chiamati i carabinieri, ai quali l’assassino aveva fino ad allora smentito ogni coinvolgimento.
Ma resta un punto interrogativo enorme, sul movente. Gli investigatori non credono che un debito di pochi euro legato a piccoli giri di spaccio possa aver portato a tanta violenza. L’indagato ha raccontato di aver agito per timore: «Giuseppe è venuto a casa mia la mattina del 17 settembre e ha dato un calcio al cancello. Con sé aveva un coltello e minacciava di far del male ai cani se non fossi sceso».
A quel punto il ragazzo è sceso in cortile, non prima di aver preso la pistola che il padre teneva su una mensola dentro ad un astuccio alla portata di tutti (motivo per cui sarà denunciato per omessa custodia).
«Giuseppe mi ha detto “Non mi fai paura”. Dopodiché ho sparato e nascosto il corpo nel pozzetto». Che si trova ad alcuni metri di distanza dall’abitazione. Il killer - reo confesso - ha poi ripulito la scena da ogni traccia, con grande freddezza. Si è occupato dello scooter di Giuseppe, portandolo a poche centinaia di metri da casa e nascondendolo tra la vegetazione. Si è disfatto del portafoglio. E del cellulare, che ancora non si trova.
Questo il quadro che gli inquirenti stanno cercando di dettagliare, tenendo conto che si trovano di fronte a un giovane di appena 16 anni che per otto giorni si è tenuto dentro un segreto pesante come un macigno e quindi in una condizione psicologica molto fragile.
Il primo elemento è il coltello. Dov’è quell’arma con cui Giuseppe lo avrebbe minacciato? I militari hanno setacciato la villetta di Tiola, avvalendosi anche del metal detector e di operai per farsi largo tra la fitta vegetazione posta sul lato sinistro della proprietà. Ma del coltello nessuna traccia. Così come del cellulare della vittima, da cui gli inquirenti potrebbero ricavare ulteriori informazioni per ricostruire il movente.
E al vaglio vi sono altri elementi, come il racconto del padre, che non è in alcun modo indagato per l’omicidio.
Dovrà essere confermato che l’uomo stesse del tutto casualmente pulendo il pozzo, imbattendosi così nel corpo di Giuseppe.
I rapporti tra i due ragazzi poi risulta che fossero conflittuali da tempo, tanto che Giuseppe, descritto dagli inquirenti come un ragazzo spavaldo, «da giorni raccontava in giro di volermi picchiare», ha detto anche ieri davanti al giudice il 16enne. Il quale per ora resta nel carcere minorile del Pratello di Bologna, come disposto dal giudice Filocamo. —
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