San Felice, al Processo Meta ecco chi volle l’atto “falso” del Comune
Sindaco e altri tre alla sbarra. Testimoni torchiati per chiarire il documento che cambiava le responsabilità Spuntano nuovi nomi e nuove versioni. Il consulente degli imputati li scagiona
SAN FELICE. «Quattro mani». Sono quelle che hanno scritto il famoso documento “permissivo”, che consentiva il 23 maggio 2012 un rientro “allegro” nelle fabbriche evacuate dopo il terremoto del 20 maggio 2012. E sono le stesse mani che hanno scritto anche la seconda versione di quel documento così importante.
Versione assai più restrittiva, capace cioè di scagionare il Comune di San Felice da ogni corresponsabilità. Versione misteriosamente comparsa nel fascicolo della pratica Meta presso l’ufficio tecnico del Comune, almeno da quando è partita l’inchiesta tesa a verificare di chi fossero le responsabilità dei tre morti che il 29 maggio sono rimasti sotto le macerie di una fabbrica autorizzata a riaprire senza aver effettuato alcun lavoro autorizzato da un tecnico competente, tantomeno un collaudo di quei lavori.
Per arrivare a quelle quattro mani ci sono volute ore di esame dei testimoni, ieri alla prima udienza del processo che vede imputati l’imprenditore Paolo Preti (titolare di Meta) e il geometra Claudio Terrieri (che firmò la prima pratica basandosi sul documento permissivo), accusati di abuso edilizio e omicidio colposo plurimo. Stessi reati contestati al sindaco Alberto Silvestri e al capo dell’Ufficio tecnico del Comune, Daniele Castellazzi, che devono rispondere anche del falso, poiché il secondo e miracolistico (per loro) documento, aveva tra l’altro lo stesso protocollo del primo.
A mettere il processo in salita per gli imputati è stato da subito il maresciallo Falchi, del Nucleo Operativo dei carabinieri di Carpi: «Ho acquisito la documentazione Meta in municipio su delega della Procura e l’ho consegnata al consulente Trombetti, che si è subito accorto di come quel documento fosse diverso da quello in suo possesso. Abbiamo consultato anche il sito internet del Comune, e c’era sempre la prima versione. Abbiamo acquisito anche la documentazione in possesso della Meta e c’era sempre la prima versione».
«LO ABBIAMO FATTO NOI». A provare a raddrizzare la situazione le testimonianze dei “comunali”, partendo dell’assessore all’Urbanistica Simone Silvestri e passando per il segretario comunale Mirella Corradini. Ma ne è scaturita una cortina fumogena di contraddizioni, di vaghezze su nomi, date e circostanze che hanno irritato e insospettito il pm Luca Guerzoni, in un crescendo di domande pungenti e di perplessità ad alta voce, contestate e platealmente “polemizzate” dagli avvocati difensori di Silvestri e Castellazzi, specie dall’ex sindaco di Modena Giorgio Pighi.
A sgombrare il campo sulla paternità dei due documenti - in ossequio ad una diversa e non così coesa strategia difensiva - ci ha pensato la geometra Cristiana Pivanti, anche lei testimone: «Li ho scritti io a quattro mani, con la collega Lorena Ferrari. Il primo lo abbiamo cambiato dopo qualche giorno. Il protocollo identico? Non ci abbiamo pensato, e poi per noi quei documenti erano identici nella sostanza...», ha sostenuto tra tante perplessità. E poi ha aggiunto che «assolutamente» i documenti - tutti e due - sono stati condivisi con Castellazzi e con l’amministrazione. Con chi, è stato chiesto in più modi. E allora ecco l’altra nebbia, dalla quale, a suon di domande sono spuntati i nomi dell’assessore Silvestri e, in subordine, del vicesindaco Giovanelli, oltre che del sindaco che... c’era ma non c’era.
DOCUMENTO NON FALSO?. La tesi del Comune è dunque duplice: i due documenti sono uguali (anche se - quasi - a tutti è evidente il contrario) e soprattutto il secondo è legittimo, non falso, perché redatto venerdì 25, ovvero il giorno prima che il geometra Terrieri consegnasse la pratica al Comune, sulla base del documento libertino. Sottinteso: sbagliando lui, tutta colpa sua.
CONSULENTE SOTTO TORCHIO. La tesi del venerdì è stata a lungo difesa dal consulente informatico nominato dalla giunta, dal sindaco, dall’avvocato, a seconda delle diverse versioni sentite, anche se consulenti e avvocati di sindaco e Castellazzi li paga il Comune, almeno ora. Consulente che ha riequilibrato la partita, affermando che il secondo documento è davvero di quel 25 maggio, ore 13.21. Ma è stato sottoposto a sua volta al fuoco di fila del pm Guerzoni, perplesso sulle sue competenze di informatica forense e sul risultato in assoluto della consulenza.
Anche se poco cambia, in verità: sul sito del Comune resta anche oggi il primo documento, nessuno di quanti frequentavano il Comune allora ha visto la seconda copia (Pivanti ha parlato di fotocopie), nessuno ha avvisato della nuova versione chi stava già procedendo, nessuno lo ha detto a Terrieri quando ha consegnato la pratica. Al punto che si farà giocoforza strada anche una nuova ipotesi, persino peggiore (a meno di non pensare ad un enorme malinteso da “dabbenaggine”). Ovvero che la versione edulcorata (fatta allora o dopo di allora) servisse proprio ad evitare al bisogno le responsabilità, mentre ai cittadini si lasciava a disposizione quella libertina. Prossima udienza in ottobre. —
ASE.
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