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Liliana Segre a Carpi: «Giovani, non mollate mai»

Serena Fregni
Liliana Segre a Carpi: «Giovani, non mollate mai»

«Trasformate la violenza in marcia per la vita. Non date la colpa a famiglia, scuola e Stato: la volontà vale più di tutto»

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C’è l’amore verso i nipoti, quello che tutti i nonni provano e c’è il colpo di fulmine che diventa poi l’amore della vita e che l’ha salvata. In mezzo però c’è un anno e mezzo che le ha cambiato la vita, che le ha portato via i genitori e i nonni e che inevitabilmente ha spezzato qualcosa in lei, ai tempi una ragazzina di 14 anni. Una storia che si dovrebbe sentire ogni giorno quella della senatrice a vita Liliana Segre, che lei ha raccontato al pubblico dell’auditorium San Rocco, una sala gremita anche di tanti giovani in occasione del congresso internazionale promosso dalla Fondazione Fossoli “Campi in transito in Europa dalla seconda guerra mondiale a oggi. Storia, spazi, memorie”.

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Un pubblico silenzioso e commosso perché la sua storia è anche quella di tanti che hanno incontrato questo mostruoso destino, come ripete spesso la senatrice “Per la colpa di essere nati”. È proprio così e per quella colpa sono stati deportati; i nonni che malati, dapprima vengono “salvati” perché ritenuti “non pericolosi” e poi invece deportati prima a Fossoli e infine ad Auschwitz dove hanno incontrato la morte e anche il padre - dopo che la madre era già morta - stretto a lei nel treno che li portava a quel terribile destino, stipati come bestie, come racconta la senatrice.

Questa è una storia terribile, difficile da raccontare, da scrivere, da pensare e anche da udire ma necessaria per capire la ferocia dell’uomo, perché se pur lontani dall’avere anche solo un briciolo di umanità, queste “persone” erano uomini e donne a tutti gli effetti, terribili ma umani.

Persone che hanno agito nell’indifferenza, come ha ricordato anche il presidente della Fondazione Ex Campo di Fossoli, Pierluigi Castagnetti, il vero male che cresce e prolifera proprio quando cessa di esistere l’amore. E lì, ad Auschwitz non c’era amore e non si poteva neanche pensare, bisognava stare in piede e sopravvivere, una gamba davanti all’altra e non cadere perché altrimenti venivi ucciso.

Liliana Segre racconta anche il dopo, la Liberazione, la libertà ritrovata, ma da cosa erano liberi? Avevano perso la famiglia, non erano più gli stessi, erano stati privati di tutto. Certo, almeno potevano mangiare e il loro corpo - racconta la senatrice - si era liberato da calci e pugni. Oggi Liliana Segre ha 88 anni, tre figli, tre nipoti che adora, un amore che è durato tutta la vita con suo marito, scomparso 10 anni fa e la sua storia, che tramanda al prossimo, in particolare alle nuove generazioni.

«Ai giovani dico sempre, non dite mai che non ce la fate perché io l’ho visto quanto siamo forti, una gamba davanti all’altra, la marcia della morte di Auschwitz si deve trasformare in marcia della vita. Non dite mai è colpa dell’insegnante, dalla famiglia, dello stato. È solo la nostra coscienza e la nostra volontà che ci può fare donne e uomini». Un forte incitamento ai giovani accompagnato dalla frase: “Odiate la violenza”. —
 

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