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I ricordi di Mauro Forghieri «Maranello, un amore a prima vista. La vita in Ferrari, meglio che volare»

LUCA GARDINALE
I ricordi di  Mauro Forghieri «Maranello, un amore a prima vista. La vita in Ferrari, meglio che volare»

L'ingegnere ricorda gli anni più belli di una carriera che lo ha portato a vivere da protagonista la trasformazione della Ferrari nella regina delle macchine da corsa.  

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Poteva essere arancione e nero, ma alla fine è stato rosso, decisamente rosso. Del resto, è stato proprio un altro sport: potevano essere una palla a spicchi e un canestro, e invece sono stati motori, alettoni e una macchina rosso fiammante.
Che poi magari il destino l’avrebbe portato a Maranello lo stesso, l’ingegner Mauro Forghieri: fatto sta che con quel «a Bologna non ci vai, sennò non hai tempo per studiare», papà Reclus spostò decisamente il baricentro della sua vita dalla pallacanestro alla Formula uno.
 
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E oggi, dalla sua villa Clementina di Magreta, a dieci chilometri dalla sede del Cavallino, l’ingegner Forghieri - classe 1935, direttore tecnico della Scuderia Ferrari dal 1962 al 1971 e dal 1973 al 1984, periodo in cui la “Rossa” conquistò quattro titoli - ricorda gli anni più belli di una carriera che lo ha portato a vivere da protagonista la trasformazione della Ferrari nella regina delle macchine da corsa. 
 
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Ingegner Forghieri, torniamo un po’ indietro nel tempo: suo padre che lavoro faceva?
«Papà era un grande tecnico della costruzione. Ha lavorato in Ferrari fin da giovane, ma poi lo chiamarono a Napoli, alla Ansaldo, dove rimase per tutta la guerra in un paesino vicino a Pozzuoli che veniva bombardato tutte le sere. Un periodo l’ho passato là anch’io, ma poi mi mandarono a Lurate Caccivio, al confine con la Svizzera, dalla “zia elettrica”, una zia che nella mia famiglia chiamavamo così, dal momento che viaggiava tantissimo, e sempre in treno, dal momento che... non lo pagava». 
«Nel frattempo, arrivò il ’43, gli americani sbarcarono in Sicilia e il Paese fu diviso in due: così io restai al nord con mia madre, e mio padre rimase a Napoli, e quindi la famiglia continuava a essere divisa...». 
«... Finché un giorno, non riuscendo ad aspettare che la situazione si calmasse un po’, decise di tornare al nord… in bicicletta: una mattina, dopo essere rientrati a Modena nella nostra casa di via dei Servi, in centro storico, vedemmo arrivare in bici un uomo con la barba lunga. Era papà…»


Insieme avete vissuto e superato periodi molto difficili…

«In realtà per la mia famiglia è sempre stato tutto un po’ difficile, anche perché è sempre stata una famiglia di socialisti, e non è che la cosa portasse delle gran fortune a quei tempi… anzi, mio nonno era stato un amico di Mussolini, almeno fino a quando è nato il Fascismo: a quel punto il nonno, che scriveva poesie, è andato in Francia, dove ha iniziato a scrivere sui giornali, criticando nettamente il suo “ex amico”».

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Passiamo a lei: durante gli studi di Ingegneria aveva due grandi passioni, la pallacanestro e gli aerei.

«L’idea era quella di andare a lavorare alla Northrop Corporation, l’industria statunitense specializzata in aeronautica, elaborando progetti di sviluppo delle turbine dei motori aerei. Il fatto però è che appena mi sono laureato, Enzo Ferrari disse a mio padre (che proprio per volontà del Drake era tornato a lavorare a Maranello dopo la guerra): “Dì ben che quel ragazzo venga qui, che si passa un po’ il tempo”. Io ci sono andato e… mi sono completamente innamorato dei motori, che creano una certa dipendenza. Per quanto riguarda la pallacanestro, negli anni della scuola e dell’università giocavo nella squadra del Cus Modena, e visto che me la cavavo bene, un giorno mi chiamarono dallo Sporting Gira, la squadra nero-arancione di Bologna».

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E lei disse di no?

«La proposta mi allettava molto, perché sarebbe stato un salto dal livello semiprofessionistico a quello professionistico, e soprattutto perché... avrei avuto uno stipendio. Ma fu mio padre a dirmi che dovevo studiare, e che quell’impegno a Bologna mi avrebbe portato via troppo tempo. Così, un po’ a malincuore rinunciai, continuando a giocare nel Cus Modena. Ogni tanto penso a come sarebbe andata se avessi scelto il Gira, ma devo dire che mio padre aveva ragione… Del resto, ho continuato a praticare e ad amare molto il basket, che ho sempre ritenuto uno sport per persone intelligenti, perché costruito mentalmente dai giocatori stessi».

Uno sport che le ha dato anche un soprannome…

«Sì: mi chiamavano “Sformetti” per come mi arrabbiavo durante le partite di pallacanestro, anche se poi il nome, in piena continuità, è diventato “Furia”…».

E poi è arrivata la Ferrari, con gli anni d’oro vissuti da protagonista. Che rapporti aveva con i grandi piloti che ha conosciuto?

«Con i piloti praticamente vivevamo insieme, e quindi sfortunatamente diventavamo amici. Dico “sfortunatamente” perché diversi di loro sono morti: negli anni ’60 e ’70 la Formula uno era uno sport davvero pericoloso, tanto che un giorno Ferrari permise di distruggere cinque macchine, utilizzandole per i crash test. Del resto, purtroppo sono stati proprio i tanti incidenti, compreso quello terribile che ha coinvolto Niki Lauda e tanti altri in cui degli amici sono morti, a insegnarci tante cose e ad aiutarci a migliorare dal punto di vista della sicurezza».

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Gli amici, appunto: con il Drake che rapporto aveva?

«Un rapporto molto stretto, familiare nel senso letterale del termine, nel senso che le nostre famiglie erano molto vicine. Enzo Ferrari è stato un grande uomo, e soprattutto è riuscito a creare quello che ha creato non in una grande città, ma a Maranello, un paesino che oggi è conosciuto in tutto il mondo. Ma oltre a lui, sono tante le persone splendide che ho conosciuto in Ferrari: dai meccanici ai tecnici, a Maranello ho conosciuto persone che davano la vita per la “Rossa”. Le loro erano vite di grandi sacrifici, ed è grazie a loro che la Ferrari in quegli anni si è trasformata in uno dei più grandi marchi del mondo: ecco, Enzo ha saputo raccogliere attorno a sé gente che dava tutto per la Ferrari».

Oggi, almeno dal punto di vista sportivo, le cose vanno un po’ meno bene a Maranello. Segue con una certa apprensione le corse della Ferrari?

«Io ho dato molto alla Ferrari, ma la Ferrari ha dato ancora di più a me. Posso dire di essere stato presente, insieme a tante altre persone, nel momento in cui è diventata grande, e da allora ho un grande rispetto per la Ferrari. Un rispetto che conservo anche oggi, per cui seguo con grande passione tutto quello che fa la “Rossa”, sia che le cose vadano bene, sia che vadano meno bene. Di certo, la Ferrari è una realtà italiana che va difesa, e quindi la speranza è che ci siano sempre delle teste valide per farla restare quello che è stata».

Dall’auto di oggi a quella del futuro: pensa che il motore elettrico prenderà finalmente piede e si diffonderà maggiormente?

«Io ho fatto un’auto elettrica, che in realtà era un pullmino. L’idea era che, se si vuole, si possono contenere i costi, ma per farlo bisogna guadagnare meno, che è una cosa che non piace a nessuno. Di conseguenza, il modello che abbiamo sviluppato andava bene, ma non avrebbe fatto realizzare guadagni ai produttori, e oggi il guadagno è alla base delle attività umane. Nel frattempo, però, la tecnologia ha fatto passi avanti e oggi l’auto elettrica fa molte cose in più di allora: con un’auto elettrica, ad esempio, oggi si fanno fino a 500 chilometri, anche se le prestazioni non sono quelle di una macchina a carburante. Detto questo, siamo sulla buona strada». —


 

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