Nonantola, il fascino dell’Abbazia per la nostra community
Ieri, 6 ottobre, 25 fortunati componenti hanno scoperto storia e tesori Un viaggio nel passato tra le pergamene di Matilde di Canossa e Carlo Magno
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NONANTOLA. Mattinata speciale quella di ieri per un gruppo di fortunati iscritti alla community di “Noi Gazzetta di Modena” che, in esclusiva, ha visitato l’abbazia di Nonantola, uno dei monasteri più antichi della Val Padana, forse la prima vera e propria fondazione benedettina in tutto il nord Italia, del 752 d.C., in piena epoca Longobarda. «Si tratta di una delle abbazie benedettine più belle (e meno conosciute) d’Italia», ha ricordato più volte il direttore del Museo Diocesano Jacopo Ferrari, che ha guidato il gruppo a scoprirne le meraviglie fornendo chiavi di lettura, raccontando aneddoti e ha portato i visitatori in un tempo lontano, come in una fiaba, che però è vera, ed è lì, nel cuore della città, che aspetta di essere vista, riconosciuta, scoperta.
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L’abbazia ha resistito a più di un terremoto, ha anche cambiato “abito” più volte nel corso della sua storia (è stata modificata soprattutto nel periodo barocco e all’inizio del Novecento, in pieno conflitto mondiale, quando è stata riportata all’originario – chissà – splendore romanico) ed è tornata visitabile da poche settimane dopo l’ultimo restauro, che si è reso necessario post sisma del maggio 2012 (sono stati effettuati interventi su copertura, murature perimetrali e di facciata, absidi, portale, e impianti).
E della sua storia – lunga - son visibili tutte le cicatrici, lì, dove i mattoni disegnano ombre di porte laterali nella facciata o un rosone, anche quello ora murato, o, ancora, dove segnano l’altezza stessa della navata. La sua storia e le sue trasformazioni sono lì, nelle absidi, dove sono stati aggiunti ventidue catini ceramici verdi e bianchi, a sostituzione di quelli originali bizantini perduti. Lì, nella cripta, che racchiude i capitelli “longobardo nonantolani” e dove sono custoditi i reliquiari di San Silvestro e di Anselmo, Adriano III, Fosca, Anseride, Senesio e Teopompo, i santi nonantolani. Lì, dove un mistero circonda le colonne – che a contarle son 64 ma probabilmente sono 73 (alcune sono state murate). Settantatré come i libri della Bibbia, i Capitoli della Regola di San Benedetto, 73, come il numero dei ragazzi ebrei salvati durante la Shoah…
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E di meraviglia in meraviglia la seconda parte della visita è stata dedicata ai tesori del Museo Diocesano. L’archivio abbaziale (non visitabile) contiene oltre 4500 pergamene e documenti: è il più ricco dopo quello del Vaticano, dicono gli esperti. A rotazione alcune vengono esposte nelle teche del percorso museale. Un posto d’onore hanno quella originale “firmata” da Carlo Magno, che aveva gli scribi che scrivevano per lui e a lui bastava un tocco o un piccolissimo tratto, per rendere valida la firma, quella di Matilde di Canossa e quella della “Partecipanza agraria” che le 22 casate nonantolane conoscono bene, ancora oggi.
È un archivio di carattere giuridico, racconta donazioni e controversie, racconta la quotidianità del territorio… A seguire, di teca in teca, accompagnati dalla voce di Jacopo Ferrari, la visita si è conclusa davanti a grandi tele recuperate dalle chiese del territorio. Una è del Guercino. Era a Finale Emilia. Ora attende la visita di chi ha il desiderio di scoprire i tesori di casa in fondo al percorso museale, a Nonantola. —
MONICA TAPPA.
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