I colossi dell’edilizia puntano sul biometano
Dai costruttori 30 milioni, ma la società che propone l’impianto ha 10mila euro di capitale ed è presieduta da un enologo
CONCORDIA
Un progetto che sta già iniziando a far discutere, che non trova particolare apprezzamento neppure in Comune dove però si deve attendere la Valutazione di Impatto Ambientale per far valere le proprie eventuali istanze. Ma chi vuole il maxi impianto di biometano nell’ex Kermar, laddove si lavoreranno 100mila tonnellate di sfalci e rifiuti urbani? Si tratta di una società, la Bio Bimat, “controllata da solidi e conosciuti imprenditori del territorio” come si legge nel comunicato di presentazione del progetto. Si tratta della famiglia Mingori, storica società di progettazione e costruzione con sede a Parma e della “Turchi Cesare”, impresa reggiana specializzata nella realizzazione di opere infrastrutturali e civili industriali. A loro si aggiungono i piacentini del gruppo Bassanetti, altra strutturata società che si occupa soprattutto di lavorazione e commercializzazione di sabbie e ghiaie.
La Bio Bimat va comunque intesa come una società di scopo anche perché vanta un capitale sociale di appena 10mila euro e la presidenza è stata affidata ad Alessandro Venturini, 37 anni, di professione enologo.
«La società - si legge nei documenti - ha per oggetto l’attività di studio, progettazione, realizzazione, gestione e vendita di impianti di produzione di energia elettrica, biogas e biometano alimentati da fonti rinnovabili, compresi i rifiuti, allo scopo della cessione a terzi utilizzatori, nonché ogni attività direttamente o indirettamente connessa o funzionale e/o complementare».
In sostanza la Bio Bimat si prepara a sostenere un investimento da 30 milioni di euro, avendo sì le spalle coperte dalla struttura societaria che la controlla, ma andando ad esplorare un mondo energetico sperimentale.
«Per quanto riguarda gli accorgimenti progettuali per la massima riduzione delle emissioni odorigene - spiega la Bio Bimat - i serbatoi di stoccaggio sono dotati di captazione delle arie a capacità odorigena, tutti i capannoni in cui avvengono le varie fasi di lavorazione sono mantenuti costantemente in depressione mentre l’aria estratta viene inviata a impianti di trattamento composti da impianti di lavaggio aria in controcorrente con successiva biofiltrazione, prima dell’immissione in atmosfera. Tutti i capannoni sono dotati di doppi portoni chiudibili, l’edificio che accoglie i mezzi è stato suddiviso in modo tale da consentire di operare sempre in ambienti chiusi, confinati e sottoposti ad aspirazione forzata delle arie, mantenendo divise le attività ed i conseguenti carichi odorigeni che ne derivano. Il sistema di trattamento dell’aria, presentato in Conferenza dei servizi, dove non sono emersi rilievi, prevede inoltre per ciascuna linea di trattamento delle arie esauste l’installazione di un biofiltro». —
F.D.
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