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Don Gavioli: «I miei giorni da migrante dove si vince la vera paura»

Davide Berti
Don Gavioli: «I miei giorni da migrante dove si vince la vera paura»

Il sacerdote, ex parroco di Sant’Agostino, a Modena dopo un anno nelle Filippine «Nelle baraccopoli rivaluto la quotidianità: mettiamoci nei loro panni e capiremo»

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MODENA. Don Graziano Gavioli è rientrato a Modena da pochi giorni. A Modena oggi è quasi in vacanza, lui che ha scelto di “dirottare” la sua missione nelle Filippine, lungo le strade di una regione che conosce l’accoglienza, la vita e anche la povertà. Quella che era la chiesa della sua vecchia parrocchia, Sant’Agostino, ha finalmente riaperto e Modena lo ha ritrovato: tra amici e parenti quasi mai una serata libera in questi giorni che lo separano da una nuova partenza per un altro anno nelle Filippine. Intanto è il momento di fare un primo bilancio.

Dopo un anno nelle Filippine qual è l'immagine che più rappresenta la sua nuova casa?

«Passeggiare per le strade, incrociare tantissimi bambini e giovani; vedersi salutare con il sorriso dalla maggior parte delle persone, incluse coloro che conosco meno».

E l'immagine che più le è mancata di Modena?

«I tortellini in brodo, le strade senza spazzatura e il freddo a Natale».

Perchè è partito?

«Il desiderio di conoscere altri popoli l’ho sempre avuto nel cuore. Quello della missione nelle Filippine è maturato grazie al rapporto di familiarità che è nato con la comunità filippina che vive a Modena. La scelta di andare a vivere a Manila presso la baraccopoli di Tondo è nata in seguito ad una visita fatta nel 2014 in quella stessa zona».

È ancora convinto di questa scelta?

«Assolutamente. Ne sono sempre più convinto: là mi sento “a casa”».

Che mondo ha trovato?

«Una moltitudine di famiglie che vivono in baracche realizzate con compensato, lamiere e vecchi teli di plastica dentro una enorme discarica. I rifiuti li fanno ammalare e degradano all'inverosimile la loro condizione di vita, ma paradossalmente sono anche la loro unica fonte di sopravvivenza: queste persone cercano nella spazzatura plastica, ferro, carta, legno da poter rivendere alle fabbriche. A pochi chilometri, nella stessa metropoli (che conta circa 18 milioni di abitanti) grattacieli imponenti, centri commerciali faraonici e uno sfarzo di gran lunga superiore al nostro».

Com’è la sua giornata nelle Filippine?

«Ci si alza presto, col sole. Gran parte del mio ministero è nelle vie della grande baraccopoli. Giro spesso con le suore di Madre Teresa di Calcutta: visitiamo famiglie, malati, anziani. Celebro numerose messe e sacramenti: nella nostra parrocchia raduniamo 150mila persone, in un territorio più piccolo del centro storico di Modena. In parrocchia ci prodighiamo molto per garantire a bambini e giovani un pasto al giorno e la scuola, oltre ad un’assistenza medica di base per chiunque ne abbia necessità. Se la chiesa non si facesse vicina a questo silenzioso e vastissimo popolo di “scartati”, sarebbe un gravissimo peccato di omissione».

Mai avuto paura?

«No, mai. Mi trovo molto a mio agio: sento di essere ben voluto da quella gente in generale, così come sento di amarli a mia volta».

Com'è l'Italia vista dalle Filippine?

«Letteralmente un altro mondo. Molti poveri della baraccopoli credono ingenuamente che sia il Paese dei Balocchi. Io cerco di spiegare loro che anche da noi ci sono problemi e sfide enormi».

E la Diocesi di Modena vista dalle Filippine?

«Per i filippini di Manila, Modena una realtà molto molto piccola. A me appare piuttosto distante e spesso assorta nei suoi problemi “ad intra”».

Mai come in questo anno si è parlato così tanto di migranti in Italia: lei che è un migrante che idea si è fatto?

«Noi italiani non vogliamo ancora metterci seriamente nei loro panni. Forse abbiamo paura a farlo, perché ci accorgiamo che, qualora iniziassimo a farlo seriamente, la nostra vita non sarebbe più quella di prima. Mi sono accorto che questa esperienza mi ha fatto riconsiderare tante cose “banali” sotto un punto di vista inedito e talvolta pesante: le attese e le spese sostenute per ottenere i documenti di soggiorno, l’imbarazzo e l'esasperazione di tante situazioni in cui non si capisce o non si è capiti nella lingua locale, il senso di solitudine e di scoraggiamento che, prima o poi, assale inevitabilmente ogni migrante che si ritrovi solo in una comunità straniera».

Tornerà a Modena?

«Sì, certamente. L'ho promesso: so che la mia diocesi ha bisogno di preti e poi a Modena ho tante persone a cui voglio molto bene». —


 

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