Anni Settanta, lunga stagione di lotte: «Tante conquiste e qualche sconfitta»
Il professor Alberto Molinari ha curato il libro su movimenti e politica: «Un lavoro di gruppo per ricostruire i fatti»
MODENA. Leggere oggi gli anni Settanta significa provare a capire una trasformazione che ancora oggi ha riflessi sociali evidenti nella nostra vita. Da questo presupposto è partita la riflessione guidata dal professor Alberto Molinari, docente del liceo Muratori S. Carlo e figura di riferimento dell’Istituto Storico di Modena, sfociata nel volume di 293 pagine “Modena e la stagione dei movimenti”. Il volume “Modena e la stagione dei movimenti - Politica, lotta e militanza negli anni Settanta” è stato curato da Alberto Molinari ed è stato pubblicato dalla Editrice Socialmente. Il volume comprende saggi di Deborah Ardilli, Claudia Capelli, Natascia Corsini, Marcella Farioli, Paola Gemelli, Alberto Molinari, Matteo Montaguti, Francesco Tinelli, Giuseppina Vitale. La presentazione è prevista per sabato alle 17.30 nella residenza del San Filippo Neri, sala Manifattura. Alla presentazione interverranno Alberto Molinari dell’Istituto Storico di Modena, Lorenzo Bertucelli, professore associato di storia contemporanea all’Università di Modena. La discussione sarà condotta da Ettore Tazzioli di Trc. Il libro è promosso dall’istituto storico di Modena, con il Centro documentazione donna Modena e il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio Modena. Ecco l'intervista ad Alberto Molinari.
Da dove nasce l’idea di raccontare i movimenti politici e sociali a Modena negli anni Settanta?
«Attraverso il Laboratorio sugli anni Settanta, un gruppo di ricerca promosso dall’Istituto storico in collaborazione con il Centro documentazione donna, volevamo ricostruire la “stagione dei movimenti” a Modena partendo dall’ipotesi che lo studio dei casi locali possa arricchire l’interpretazione di un’esperienza multiforme, non riducibile esclusivamente alle dinamiche delle grandi città. Concentrando l’attenzione solo sui centri più noti si rischia infatti di perdere di vista la complessità di quella stagione, animata da una molteplicità di soggetti collettivi».
Una premessa sul 1968: che cosa hanno ereditato gli anni Settanta dal 1968?
«La chiave di lettura che abbiamo scelto è quella del “lungo ‘68” che vede il Sessantotto come spartiacque, ma non come evento a sé, piuttosto come processo che ha le sue radici nei fermenti degli anni Sessanta e si prolunga negli anni successivi, tra continuità e rotture. Il ’68 produce effetti che si riverberano poi in vari contesti. Basti pensare alla tematica antiautoritaria che investe ambiti sino ad allora impermeabili alla contestazione come le “istituzioni totali”, dai manicomi all’esercito, o al ciclo di lotte operaie iniziato in quell’anno, culminato nell’”autunno caldo” del ’69 e continuato con grande intensità nei primi anni Settanta o, ancora, all’esperienza del dissenso cattolico che a partire dalle istanze di rinnovamento del Concilio Vaticano II attraversa il ’68 e prosegue con esperienze come quelle dei preti-operai e delle Comunità di base, particolarmente diffuse in città. Anche il movimento studentesco ha le sue origini tra il ’67 e ’68, ma si estende successivamente dalle università alle scuole superiori e diversi giovani impegnati nel movimento lungo gli anni Settanta confluiscono nelle organizzazioni della sinistra extraparlamentare, un altro tema affrontato nel volume».
Il libro racconta Modena come un caso di studio che rientra nel modello emiliano. In cosa consisteva questo modello?
«“Modello emiliano” è una categoria che, definita in modo sintetico, si riferisce al governo del territorio da parte della sinistra, e in particolare del Partito comunista, e alla realizzazione di una pratica politico-istituzionale finalizzata alla costruzione di un sistema di welfare locale e di una democrazia decentrata e alimentata dalla partecipazione dei cittadini. Nella prospettiva della nostra ricerca, abbiamo tra l’altro dato spazio alla peculiarità del caso modenese visto attraverso la dialettica tra i movimenti, la società civile e le istituzioni in un decennio particolarmente significativo. Il paradigma emiliano si forma infatti tra gli anni Cinquanta e Sessanta, conosce un notevole sviluppo nei primi anni Settanta mentre nella seconda metà del decennio si manifestano i primi segni di crisi e di trasformazione di questo modello».
In 293 pagine non si raccontano solo fatti, ma persone attraverso scelte di appartenenza e di lotta. È il caso ad esempio delle donne.
«Tre saggi del volume sono dedicati al movimento delle donne, dall’Udi ai vari gruppi femministi che si formano a Modena negli anni Settanta. Si tratta sicuramente di uno dei movimenti più dirompenti, capace di produrre pratiche e discorsi radicalmente innovativi che hanno segnato profondamente anche i decenni successivi. Ed è in particolare nel movimento delle donne che emerge la soggettività come cifra di quella stagione».
Nell’ultima parte del volume vengono riportate testimonianze di persone che parteciparono attivamente ai movimenti di quegli anni. Quali sentimenti affiorano dalla memoria collettiva?
«Le testimonianze restituiscono un’esperienza con molte sfaccettature. Le memorie oscillano tra un senso di sconfitta collettiva perché il cambiamento complessivo che si auspicava non si è realizzato e la consapevolezza di avere contribuito comunque ad una fase caratterizzata da importanti conquiste sul piano dei diritti civili e sociali, dall’apertura di spazi di libertà e di autodeterminazione, da mutamenti nella mentalità e nel costume. Un tratto comune è la convinzione di essere stati protagonisti di un’esperienza di arricchimento e di crescita politica e umana, individuale e collettiva, in un’epoca nella quale si pensava di essere sul crinale di una radicale trasformazione della società». —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
