Fabio e il suo estorsore si rivedono in tribunale. «Sì, voleva dei soldi»
Pesanti contestazioni all’operatore sociale di Mirandola. Un altro ospite accusa. Lui si difende: «Non ho fatto nulla»
CAVEZZO. Servirà un’altra udienza e altre testimonianze, tra cui alcuni colleghi della cooperativa “Domus”, perché il giudice Carolina Clò possa decidere del futuro del 39enne mirandolese, accusato di estorsione aggravata ai danni di un uomo disabile. Ieri, in tribunale, sono stati ascoltati diversi testimoni dell’accusa - sostenuta da Monica Varricchio in sostituzione del pubblico ministero Katia Marino, che ha coordinato le indagini dei carabinieri. Ha parlato la mamma della vittima, che ha ribadito come si fosse accorta delle continua sparizioni di denaro dal suo portafogli e dell’episodio che ha innescato l’operazione: la sparizione di 20 euro, che a distanza di ore suo figlio Fabio avrebbe poi ammesso.
Poi è stata la volta di Fabio, assistito in aula dagli avvocati Gianfranco Balugani ed Edoardo Migliore. Non ci sono altre parti civili, né la Domus e neppure L’Unione Area Nord, che segue la vicenda da un punto di vista sociale. Il 41enne ha risposto alle domande, ha tentennato di fronte alle richieste dell’avvocato difensore Giovanni Casara, ma è stato messo a proprio agio dal giudice. Ha ricostruito la vicenda dell’estorsione, ha anche detto che l’operatore sociale lo picchiava (le percosse non sono però contestate dall’accusa). Ma di botte ha parlato anche un altro ragazzo disabile, che a maggio non frequentava più il laboratorio “L’Arcobaleno”. Eppure ha voluto fornire la propria testimonianza, che ora il giudice dovrà valutare per attendibilità.
È infine toccato al 39enne rispondere alle domande. Ha rigettato più volte ogni accusa, dicendo di non aver mai malmenato nessuno degli ospiti e neppure estorto denaro. In compenso, durante il processo per direttissima, è emerso come il caso di Fabio non fosse l’unico attenzionato e che al laboratorio protetto ci siano stati altri episodi configurabili come potenziali reati. Al riguardo le testimonianze della prossima udienza del 21 novembre saranno decisive per avere il quadro complessivo della vicenda, prima della sentenza, attesa per inizio 2019. L’operatore sociale, che si è licenziato dalla cooperativa, rischia dai 5 ai 10 anni di carcere se dovesse essere giudicato colpevole. —
F.D..
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