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Ferito a morte sull'A1. La sorella di Suma: «Si cerchi la verità sulla ferita mortale di Paolo»

Carlo Gregori
Ferito a morte sull'A1. La sorella di Suma: «Si cerchi la verità sulla ferita mortale di Paolo»

Letizia soddisfatta dell’ordinanza del giudice per un’accusa di omicidio colposo «In 4 anni mai notizie sulle indagini e non esiste neanche una spiegazione certa»

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MODENA. «Per noi familiari il caso è aperto. Ancora oggi, a quattro anni di distanza da quella notte, non c’è una teoria chiara che spieghi la ferita al capo di Paolo e la sua morte. Ci siamo opposti alla seconda archiviazione cariche di delusione e solo perché chiediamo che si faccia luce fino in fondo».

Parla Letizia Suma, come Teresa sorella di Paolo, il taxista bolognese morto due anni strazianti di cure dopo il misterioso ferimento alla testa avvenuto una notte di giugno del 2014 in autostrada tra Modena Nord e Sud, presenti solo lui e il conducente del carro attrezzi mandato dal soccorso stradale di Modena. Paolo si trovava fermo col taxi guasto per un tamponamento ad opera di un “pirata stradale” ma non era ferito. Eppure il soccorritore ha chiamato il 118 per dire che era terra con la testa rotta e perdeva molto sangue. La sua morte ha aperto un’inchiesta che non ha portato ad altro che a due richieste di archiviazione respinte dal gup. E l’ultima, pochi giorni fa, ha indotto il giudice a ordinare al pm di presentare in dieci giorni un capo di imputazione per omicidio colposo; unico indagato è il soccorritore del carro attrezzi. Si potrebbe arrivare presto a un processo.

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Letizia, lei e sua sorella non avete mai smesso di impedire che le indagini fossero chiuse.

«Noi vogliamo capire cosa è successo. In tutti questi anni non abbiamo mai avuto informazioni da chi indagava. Dopo l’incidente gli accertamenti rimasero in sospeso nella speranza che Paolo si riprendesse e parlasse. In effetti, Paolo si è ripreso ma non ricordava nulla. Poi è morto e dopo sono iniziate altre indagini».

In breve, cosa sapete di quella sera?

«Paolo ci ha chiamati due volte dopo il tamponamento per dirci che stava bene e sarebbe tornato tardi. La seconda vota ci riferì che doveva accordarsi con l’autista del caro attrezzi per farsi portare fino a Casalecchio, dove abitiamo. Abbiamo aspettato. Ma ore dopo, allarmate, abbiamo chiamato la polizia stradale. Solo allora abbiamo saputo che era al pronto soccorso di Baggiovara con la testa spaccata. Siamo accorse e lo abbiamo visto in condizioni critiche. Da allora non abbiamo mai saputo altro».

Ci sono delle teorie sulle cause della ferita alla testa.

«Sì. Ma la caduta è esclusa. Innanzitutto, per la posizione del foro in testa, troppo alto. È un’ipotesi esclusa anche in sede di perizia medica. C’è l’ipotesi di un gancio per fermare l’auto la carro attrezzi: sarebbe “partito” colpendolo alla testa. È plausibile e così ritiene anche il giudice nella sua ordinanza. Il problema però è che non esistono accertamenti tecnici, da quanto ne sappiamo, e tanto meno perizie tecniche».

Ritiene importante il procedimento del giudice?

«Di estrema importanza. Quell’ordinanza arriva alla seconda richiesta di archiviazione da parte della Procura. E non sappiamo quali indagini siano state fatte dopo la prima inchiesta respinta, dato che il giudice già allora ordinò di indagare ancora. In realtà, quello che possiamo dire è che a distanza di quattro anni ne sappiamo come allora. E non esiste un punto fermo nelle indagini. Noi chiediamo solo che si vada avanti fino alla fine per accertare la verità. E se ci sarà un processo, io e mia sorella saremo presenti in aula. Lo dobbiamo a Paolo». —

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