Lo spirito antiautoritario che ha portato alla nascita dei quartieri a Modena
La ricostruzione si sofferma sui rapporti tra movimenti e istituzioni in una “città rossa”. Ecco l’anticipazione di un brano del libro del professor Alberto Molinari intitolato "Modena e la stagione dei movimenti"
Alberto Molinari*
MODENA. Presa di parola nello spazio pubblico, partecipazione diretta, autogestione rappresentarono parole-chiave centrali della “stagione dei movimenti”. Lo spirito antiautoritario del ’68 si riverberò dalla scuola alla fabbrica, investì le realtà ecclesiali, scosse le “istituzioni totali” (carcere, esercito, manicomio), mise radicalmente in discussione la concezione tradizionale della famiglia e delle relazioni di genere.
Il lessico dei movimenti trovava spazio anche nei dibattiti in consiglio comunale. La parola ripresa con maggiore frequenza era “partecipazione”, una voce che, secondo gli amministratori modenesi, rappresentava il più significativo contributo dei movimenti rispetto alle scelte politiche locali. In questa chiave venivano individuati gli elementi di continuità e discontinuità rispetto alla fase precedente. Si trattava quindi di rafforzare le pratiche di cittadinanza raccogliendo quanto era stato elaborato in precedenza e rapportandosi agli elementi di novità emersi attraverso le mobilitazioni dei movimenti. Il nucleo fondamentale di questa strategia era individuato nei i quartieri.
A Modena la creazione dei quartieri rappresentò l’esito delle riflessioni sul decentramento avviate nel corso degli anni Sessanta e nel contempo si configurò come una delle forme più rilevanti di traduzione in chiave riformistica delle istanze di partecipazione suscitate dai movimenti del Sessantotto.
Tra il 1967 e il 1972 la città fu suddivisa in dodici quartieri che dovevano da un lato veicolare i contenuti proposti dall’amministrazione sul territorio e sottoporli alla verifica dei cittadini, dall’altro raccogliere le istanze che provenivano dalle diverse aree della città (ad un anno dalla loro istituzione i primi quartieri avevano organizzato 204 riunioni e assemblee, con la partecipazione di oltre 6.000 cittadini e con circa 2.000 interventi).
Istanza intermedia tra dinamiche di base e processi politici di vertice, il quartiere era quindi un luogo attraverso il quale l’amministrazione alimentava la mobilitazione dei cittadini e nello stesso tempo incanalava la partecipazione istituzionalizzandola e riconducendola entro un progetto complessivo per la città. Questa impostazione da un lato includeva il rischio di un’involuzione burocratica e della prevalenza di logiche meramente partitiche, dall’altro apriva di fatto nuovi spazi nei quali trovavano possibilità di espressione esperienze diverse, spesso convergenti con le scelte dell’amministrazione locale ma talora autonome o in contrasto rispetto alle politiche dei partiti che governavano la città.
Nella primi anni Settanta la vita di quartiere iniziò ad essere punteggiata da un susseguirsi di assemblee e riunioni, manifestazioni ufficiali e incontri informali che testimoniavano una volontà di cittadinanza attiva da parte di persone, gruppi e associazioni disseminate sul territorio.
Secondo la prospettiva dell’amministrazione modenese la dimensione del quartiere era la più idonea per garantire un’adeguata articolazione dei servizi sociali e nel contempo realizzare «una crescita complessiva della socialità, cercando di innescare quei processi culturali capaci di trasformare i cittadini da soggetti passivi in protagonisti della vita della città». In questo ambito la scuola dell’infanzia rappresentava una delle esperienze più avanzate.
Un altro aspetto che qualificava la gestione sociale era rappresentato dalle biblioteche di quartiere. Le biblioteche non si limitavano al prestito dei libri ma costituivano il momento di base di tutta l’attività culturale attraverso l’organizzazione di iniziative, manifestazioni, incontri promossi autonomamente o in collegamento con le associazioni presenti nel quartiere. Nell’arco di pochi anni il servizio crebbe costantemente sia sul piano della qualità delle iniziative proposte, sia dal punto di vista della partecipazione. —
* curatore del volume
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