Modena, Marco Manchisi :«Così sono diventato Pulcinella»
La prima volta in teatro come musicista, poi l’amore per il palcoscenico e il mestiere di attore «La maschera napoletana? All’inizio non la volevo, fu il regista a costringermi i ad indossarla»
I “Posso offrirti un caffè?” E come rifiutare un caffè napoletano già zuccherato al punto giusto? Si sa, a Napoli il caffè è un rito, un vero induttore di convivialità e socialità, non si rifiuta mai. Allora guardo il mio interlocutore, Marco Manchisi, attore, regista e drammaturgo, e la mia mente non può che volare verso quella celeberrima scena che ha portato la cuccumella (caffettiera napoletana) ad essere famosa in tutto il mondo grazie al genio di Eduardo De Filippo in “Questi fantasmi”.
Del resto Marco Manchisi viene proprio da là, dalla terra di Eduardo, da quella Napoli degli anni Sessanta che gli ha dato i natali. Lo incontro nella sua casa di Modena, reduce dal red carpet di Venezia. Pochi lo sanno, ma vive nella nostra città l’attore che interpreta il padre della protagonista nell’ultimo film di Mario Martone “Capri revolution”, in concorso quest’anno alla 75a Mostra internazionale d’arte cinematografica. Manchisi non è nuovo al grande schermo e nel suo curriculum si legge di interpretazioni in film di Salvatores, De Lillo, Maja, Ruiz e Ferrara. Proprio in questi giorni, tra l’altro, sta recitando a Modena nel film di Andrea Adriatico “Gli anni amari” ispirato alla vita di Mario Mieli. Marco, modenese d’adozione dagli anni Novanta per motivi di lavoro e di cuore, fin da piccolo si accosta alle arti della scena studiando danza grazie alla nonna, di nascosto dal padre. «Non dimenticherò mai la prima volta che salii su un palcoscenico - racconta - Era il 1976, avevo sedici anni e mosso dall’amore per la musica e le percussioni ebbi la fortuna di conoscere il grande chitarrista e arrangiatore Gino Evangelista che mi propose di suonare in duo con lui».
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«Provavo a suonare la batteria, o meglio, poiché i soldi erano veramente pochi, tentavo di fare musica con qualsiasi cosa mi capitava tra le mani: latte vuote di pomodori, scatole e padelle. Un giorno, durante le prove in un vecchio teatrino di Napoli, tutti gli artisti che lavoravano lì in quel momento uscirono a prendere una boccata d’aria, io rimasi da solo e quasi in uno stato di estasi salii sul piccolo palco. Ci rimasi in silenzio per qualche minuto. Mi lasciai attraversare dalle sensazioni che il mio inconscio produceva e ciò che capii fu che lì sopra stavo bene, davvero bene: quello era il mio posto».
Inizia così l’amore per il teatro di Marco Manchisi, che fa dell’arte del palcoscenico, oltre che la sua professione, una delle sue ragioni di vita, si rende conto che vita e teatro, nella sua esistenza, si fondono producendo un legame indissolubile che nulla, davvero nulla è mai riuscito a sciogliere. Anche nelle sue esperienze drammaturgiche questa contaminazione tra teatro e vita è una costante e si concretizza attraverso l’antico espediente narrativo del “teatro nel teatro” che non può non rimandarci a nomi quali Plauto, Goldoni, Shakespeare e Pirandello.
La prima vera prova d’attore avviene quando a Gino Evangelista viene richiesto dal regista napoletano Arturo Morfino del Play Studio Teatro di comporre le musiche per uno spettacolo che aveva la necessità di portare in scena musicisti attori. L’opera era liberamente tratta dal racconto del trovatore francese Adam De la Halle “Le jeu de Robin et Marianne” e Marco abbandona le percussioni per interpretare la parte del protagonista: un Robin Hood che di giorno rubava ai ricchi per regalare ai poveri e che di notte rivelava la sua natura di diavolo.
La scelta decisiva di fare l’attore arriva nel 1981 quando viene chiamato a collaborare con il grande attore regista e drammaturgo Antonio Neiwiller.
«L’esperienza con Antonio fu incredibile - continua Manchisi - non mi fece aprire bocca per quattro lunghi anni, voleva che fosse il mio corpo ad esprimersi e a trovare la consapevolezza dello spazio scenico, la parola sarebbe poi arrivata di conseguenza. Del resto la visione di Antonio era quella di un teatro che coinvolgesse non solo la scena ma, in una prospettiva ben più ampia, la stessa esistenza dell’artista e della società in cui viveva, attraverso l’esperienza laboratoriale. Egli ci allenò al sacrificio, in quegli anni i compensi erano bassissimi, ma ci insegnò che il teatro doveva essere un’esigenza di vita prima di tutto e non unicamente una fonte di sostentamento».
L’approdo in Emilia Romagna è nel 1989 quando a Bologna partecipa ad un provino per uno spettacolo su Eduardo De Filippo, “Adda passà 'a nuttata”, che il regista e drammaturgo Leo De Berardinis voleva mettere in scena al teatro Duse. Marco racconta che il provino fu durissimo: «Portai tre personaggi giovani tratti da commedie eduardiane e un pezzo tratto dalla traduzione in napoletano che Eduardo aveva realizzato dalla Tempesta di Shakespeare. Feci un montaggio tra i vari pezzi e nel passaggio tra un personaggio e l’altro emettevo un pernacchio lunghissimo. Ricordo che in quel momento De Berardinis venne da me, voleva interrompermi così come aveva fatto con tutti gli altri attori ma io prosegui e allora lui si sedette in prima fila e mi lasciò finire. Alla fine temetti il peggio e invece mi prese in compagnia».
La collaborazione con il regista segnò anche l’inizio del suo lavoro con la maschera di Pulcinella. Sorride Marco mentre racconta che non fu affatto contento quando De Berardinis gli chiese di indossare la maschera per una nuova produzione dal titolo “Il ritorno di Scaramuche”.
«Ma come, il simbolo più sputtanato di Napoli che non sopportavo lo dovevo fare proprio io! - ride Marco - Leo in quell’occasione mi fece fesso, mi disse di non fare Pulcinella, mi invitò ad indossare la maschera di uno zanni, un servo e muovervi nello spazio parlando in napoletano. Ovviamente non potei che fare Pulcinella».
Da quel giorno Pulcinella non abbandona più Marco e Marco non abbandona più Pulcinella tanto che la critica lo appella come “l’attuale migliore Pulcinella d’Italia”. Inizia a indagare, a scavare attorno e dentro questo servo dell’arte e sulla scia dell’insegnamento di uno dei suoi grandi maestri, accosta Pulcinella a Shakespeare. Così ispirandosi all’Otello scrive “Pulcinella e la dama bianca di Otello” in seguito guarda a Pinter rapportando la maschera ad un radiodramma “Voci di famiglia” e nasce “Pulci-nella-house” che subì nel tempo alcune trasformazioni fino a chiamarsi “Pulci Beat”, in onore di quella beat generation a cui egli stesso è appartenuto. Questa sua opera gli frutta la vincita di un primo premio di drammaturgia dedicato al celeberrimo critico Giuseppe Bartolucci. E poi ancora “Viaggio di Pulcinella alla ricerca di Giuseppe Verdi” nel 2001, scritto e interpretato per il Teatro delle Briciole di Parma in occasione del centenario della morte del grande compositore e “Processo a Pulcinella”, finché scrive e recita “I guai di Pulcinella”, uno spettacolo che da anni incontra l’entusiasmo e l’affetto dei bimbi di tutta Italia, i cui disegni e le cui lettere riempiono la cassetta della posta di casa Manchisi.
Marco è però anche un grande interprete eduardiano. Sui più autorevoli quotidiani italiani nel 2016 non sono mancate critiche molto positive riguardo alla sua intensa interpretazione ne “L’abito nuovo” per la regia di Michelangelo Campanale, quel testo così complesso che Eduardo de Filippo scrisse a quattro mani con Luigi Pirandello nel 1935 e che pochi nella storia del teatro hanno osato mettere in scena.
Recentemente lo abbiamo applaudito a Modena ne “La vecchia” insieme all’attore Stefano Vercelli per una produzione di Drama Teatro e lo scorso inverno è stato in scena per quasi un mese al Piccolo Teatro di Milano con “Il Teatro comico” di Goldoni per la regia di Roberto Latini, altro testo poco rappresentato per la sua complessità, ma che ha riscosso molto successo tra pubblico e critica.
Raccontare tutto ciò che Marco ha fatto è impossibile. Ho tralasciato per esempio di parlare delle collaborazioni che ebbe con Toni Servillo, con Luca de Filippo, con Francesco Rosi, dell’esperienza francese con Eric Lacascade e dell’opera che scrisse per celebrare Totò. Ma per chi è curioso di vederlo all’opera il web potrà essere un luogo dove potersi sbizzarrire.
La speranza, dopo averlo visto il prossimo dicembre al cinema, è di riapplaudirlo presto qui a Modena nei nostri teatri cittadini. —
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