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Così mangiavano i modenesi nell’età del bronzo focacce, zuppe e carne di capra

ARIANNA DE MICHELI
Così mangiavano i modenesi nell’età del bronzo focacce, zuppe e carne di capra

MONTALEIndagare le abitudini alimentari dei nostri antenati, nonni antichissimi il cui vissuto è privo di aneddotica tramandata, significa partire per un viaggio a ritroso nel tempo senza navigatore....

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MONTALE Indagare le abitudini alimentari dei nostri antenati, nonni antichissimi il cui vissuto è privo di aneddotica tramandata, significa partire per un viaggio a ritroso nel tempo senza navigatore. Un viaggio tanto inebriante quanto arduo.

LE RICERCHE

“Quando non esistono pagine scritte o racconti orali possiamo solo affidarci all’evidenza archeologica – puntualizza Giovanna Bosi ricercatrice di botanica ambientale e applicata del dipartimento di Scienze della Vita di Unimore – Quel che hai è ciò che scavi. Risulta poi fondamentale confrontare i reperti in questione con i resti trovati in altri siti del medesimo periodo”.

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Così succede per le terramare, villaggi dell’età del bronzo (secondo millennio a.C.) che, peculiari dell’area centrale della pianura padana, per circa cinque secoli furono custodi di vita prospera, per poi veder precipitare la propria buona stella. Un declino le cui cause al momento rimangono relegate nell’universo delle ipotesi.

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“Nel caso della Terramara di Montale, non abbiamo notizie certe in merito al suo epilogo. Questo perché gli scavi effettuati tra il 1996 e il 2001 non hanno rivelato strati del periodo in esame. Parliamo di circa 1200 anni prima di Cristo – spiega Giovanna Bosi, che con i colleghi del laboratorio di Palinologia e Paleobotanica dell’Università di Modena ha messo in luce le evidenze archeobotaniche del sito di Montale - Da alcuni segnali di crisi riscontrati nelle fasi precedenti, possiamo supporre che questioni di carattere ambientale abbiano giocato un ruolo non trascurabile nell’abbandono del villaggio. Manca però qualsivoglia certezza”.

È invece certo - sono le analisi archeobotaniche di pollini, semi e frutti, legni e carboni a scriverlo nero su bianco - che i nostri avi dell’età del bronzo, con lo scopo di costruire case e recinti di difesa, nonché a vantaggio di pascoli e campi da coltivare, optarono per un disboscamento incisivo.

TERRENI FERTILI

“Si può dunque affermare – riporta il team del laboratorio Unimore – che le terramare determinarono la prima grande modificazione antropica del paesaggio naturale della pianura”.

Ma che cosa mangiavano gli abitanti della Terramara di Montale?

“Chi viveva nella Terramara in esame - spiega Giovanna - poteva contare su terreni molto fertili dunque ideali per la coltivazione di cereali maggiori. Grano e orzo in particolare, panico, avena, segale in misura più ridotta. Non è un caso che i cereali minori, miglio in primis, brillino per la loro assenza”.

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Con buona probabilità i coltivi occupavano circa il 20% del territorio limitrofo al villaggio. Il che significa che la produzione cerealicola poteva raggiungere i 180/200 quintali. Un bottino di tutto rispetto che, se integrato con altre risorse alimentari, riusciva a sfamare l’intera comunità, ossia 130 persone. Per la lavorazione dei campi, oltre agli aratri trainati da buoi, venivano impiegati diversi attrezzi agricoli realizzati in gran parte in legno – quindi scomparsi inghiottiti dai millenni – a volte in corno di cervo, raramente in bronzo.

IL FORNO

“Sono stati ritrovati i resti di un forno con tratti peculiari tipici del nord Italia. La farina ricavata dai cereali serviva infatti per preparare quelle stesse focacce che hanno lasciato tracce evidenti in siti differenti rispetto a Montale. Molto in voga sembra fossero sia le polentine antesignane della puls romana, sia le zuppe.

È stata appurata inoltre la presenza di alcuni orti destinati a fave, vecce e lenticchie.

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I legumi però non rientravano tra gli alimenti alla base del regime dietetico dell’epoca e dei luoghi in esame. Fonte di cibo abituale, ma di fatto secondaria, erano anche alcune piante spontanee come il corniolo, il pero, il melo, il noce, il nocciolo, il prugnolo e la vite. Vite il cui incremento, databile grazie alla scoperta di numerosi vinaccioli nelle fasi più tarde della Terramara, risulta contestuale ad un calo piuttosto drastico del corniolo”.

Essenziale nelle società delle terramare era anche l’allevamento. Ad evidenziarlo sono le analisi archeozoologiche cordinate dal professor Jacopo De Grossi Mazzorin, luminare in materia nonché Professore Associato di Archeozoologia presso la Facoltà di Beni Culturali dell’Università di Lecce. Analisi certosine da cui emerge una netta predominanza degli ovini, pecore soprattutto, rispetto a bovini e suini. “Nel complesso – si legge nella Guida al parco archeologico e museo all’aperto di Terramara di Montale - il numero dei caprovini aumenta in modo progressivo.

Nell’ambito di questa tendenza è interessante sottolineare come nella fase più recente, fase XI, le capre raggiungano la loro percentuale più elevata, 19%, a scapito delle pecore che passano dal 54% della fase X al 44% della fase XI. Anche i maiali erano allevati in gran numero (mediamente circa il 35%)”.

LE CORNA DI CERVO

Meno versatili, se confrontati con gli ovini, nell’adattarsi ad un territorio con una disponibilità forestale in continuo calo, i suini con l’avanzare delle stagioni iniziarono però a diminuire. Tanto da non superare il 24% nella fase d’epilogo della Terramara. Piuttosto risicata risulta la presenza buoi, circa 12%, animali come abbiamo visto apprezzati nell’ambito del lavoro agricolo. Nonostante l’abbondanza di cervi – i cui palchi venivano raccolti in primavera per la produzione di utensili nonché a scopo rituale - ma anche di cinghiali, tassi, lontre, volpi, lupi e orsi, la percentuale di resti di selvatici trovati nella Terramara di Montale risulta molto bassa. I nostri antichi nonni erano tutto fuorché cacciatori. E neppure il pesce pare solleticasse il loro palato. —

ARIANNA DE MICHELI
 

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