Gazzetta di Modena

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Iperprotetti, poveretti Mettiamo un bavaglio ai “no, non si fa...!”

MONICA TAPPA
Iperprotetti, poveretti Mettiamo un bavaglio ai “no, non si fa...!”

Perché piove o perché magari c’è il sole Quante attenzioni verso i bambini sono invece soltanto paure dei grandi?

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Sguardo fermo, dito alzato, voce potente (a volte tuonante, altre - ahimé, capita - isterica) e… “No! Non-si-fa!” tanto che il punto esclamativo sembra uscire dalla voce, tirare su le spalle, muoversi tutto impettito con passi a marcetta, attraversare lo spazio e piazzarsi davanti al viso del bambino, o della bambina. Chissà se non visto tira pure una linguaccia, quel punto esclamativo vestito di divieto. E il bambino che fa? Sgrana gli occhioni, si intristisce, ride, s’impunta, piange, batte i piedi. Non esiste “la” risposta a un divieto. E i no-non-si-fa sono educativi. Eppure… Segna bene il confine, Carla Ghisalberti, esperta di letteratura per l’infanzia, nel suo blog Lettura Candita, quando, riferendosi a un albo straordinario di Arianna Papini, intitolato “Liberi tutti!” (ed. Uovonero), scrive “i no e i sì nella prima infanzia dei bambini e delle bambine sono punti cardinali per orientarsi. Resta da chiedersi quanti siano i no, rispetto ai sì, che puntellano la giornata di un bambino piccolo e quanto effettivamente essi siano portatori di senso profondo e non siano invece dettati da esigenze contingenti e si rivelino soluzioni più veloci e sbrigative in nome di un ipertrofico senso di protezione nei confronti dei più deboli, dei più indifesi, dei più piccoli”.

C’è sempre questo tarlo del “bambino competente” di montessoriana memoria, che ogni tanto buca i luoghi comuni e irrompe a spolverare posizioni rigide che sembrano puntare più sull’evitare fatiche (e paure) ai grandi, che a evitare rischi reali per i piccoli.

Dai coltelli (no giammai si potrebbero tagliare!) agli spaghetti (per carità si sporcano tutti e si potrebbero soffocare). Dalle stringhe per le scarpe (vietate nelle scuole “per motivi di sicurezza” (?) e di tempo, con buona pace dei libri tattili che invece insistono a proporre la pagina con le simpatiche scarpe da ginnastica bidimensionali con i lacci volanti, perché in realtà è importante per lo sviluppo delle abilità psicomotorie, quella cosa lì (di imparare ad allacciarsi le scarpe) all’autonomia di lasciarli stare da soli (e qui le leggi non aiutano, ahimé fino a 14 anni - in base all’articolo 591 del codice penale - a lasciarli da soli in casa si rischia la denuncia per abbandono di minore) ai no perché piove. Perché c’è la neve. Perché c’è troppo sole. Perché ci si sporca. Perché si suda.

Forse varrebbe la pena fermarsi un attimo e provare a uscire da un sistema tutto italiano dove l’attenzione diventa iperprotezione e lo sguardo vigile diventa controllo. Ehhh vabbè sempre questi modelli esterofili, sarà mica ora di smetterla? Bah, magari no. Magari val la pena, proprio adesso che arriva la stagione autunnale, mettere un bavaglio a qualche no e provare a farli sperimentare, questi bambini. Lasciarli giocare nelle pozzanghere quando piove, lasciarli usare i coltelli per diventare autonomi, comprargli stringhe coloratissime e, come dice Massimo Recalcati, dare il dono più grande da genitore a un figlio ovvero un genitore che sa “offrire la propria presenza ma sa sottrarsi, sa retrocedere, sa andare sullo sfondo. Li sa consegnare al deserto. Saperli perdere, rinunciare alla proprietà”. Renderli autonomi, consapevoli e liberi. —


 

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