Modena. Roberto Vaccari racconta: Antonio Delfini, uomo solo e timido genio incompreso
Una “confessione postuma” svela la vita dello scrittore amato dai grandi della letteratura e dimenticato da Modena
Un dialogo da anima a anima in una sorta di confessione postuma di Antonio Delfini (1907 - 1963) a Roberto Vaccari che la registra nel libro “Io, Antonio Delfini” (Elis Colombini editore, pp. 388, euro 18). Una ipotetica confessione che permette a Vaccari di ricostruire la storia dell’uomo Delfini, mettendo in secondo piano l’attività letteraria. «Una biografia quasi storica nella sua Modena che ha amato e odiato tanto. E per entrare nei suoi pensieri mi sono basato sui diari, su “Il ricordo della Basca”, che è il libro tra i più riusciti, con le sue angosce e i ricordi più intimi, e pure su commenti e testi vari».
Tante le testimonianze su Delfini…
«Testimonianze su enciclopedie, di critici anche in America e Francia. Credo si sia insistito molto sulle sue opere e poco sulla sua vita. Come personaggio, Delfini aveva un carisma e un fascino che la sola critica non è riuscita a farci conoscere. Lui parlava sempre di sé. Inventava particolari della sua vita e chi lo aveva vicino stava spesso al gioco. Ha esagerato nel raccontarsi e raccontare vicende forse inesistenti. Si vantava di essere inerudito, un donnaiolo, di odiare le donne, anzi di amarle alla sua maniera, di essere antipatico e provocatore. Con “Modena 1831, città della Chartreuse” si è divertito a provocare la grande cultura e ad aspettare la reazione degli altri. Dietro ciò si nasconde una grande solitudine personale, l’incapacità di relazionarsi con il presente. Ho sentito il bisogno di farlo apparire come un uomo tragico, stretto tra giganti che ha conosciuto,come Montale, Moravia…».
Era amato più come letterato o come uomo?
«Penso sia stato incompreso, scambiato per l’immagine che dava di sé: un fannullone, un flaneur. In realtà era un uomo timidissimo, introspettivo che aveva da dire tanto ma si applicava poco. È stato celebrato da morto, con il premio Viareggio perché tutti avevano un senso di colpa nei suoi confronti. I suoi scritti dovrebbero essere visti attraverso la sua tragedia di uomo. Lui è uno scrittore non modenese, ma universale».
“Pochi scrittori – dice Delfini – hanno odiato gli altri scrittori come li ho odiati io”.
«È vissuto vicino ai grandi, da Pasolini a Moravia, che lo guardavano un po’ da snob, ad eccezione di Garboli. Lo considerano un provinciale, ma lo amavano perché capivano che in lui c’era una grande potenzialità e, quando venivano a Modena, il primo da cercare era lui».
Quali critiche muove alla sua città?
«Ce l’aveva con Modena che non riconosceva i suoi meriti (solo premi, di poco conto). Veniva apprezzato da quella “banda” di irregolari di cui si circondava».
Che considerazione aveva di sé?
«Un’altissima considerazione di sé. E balza fuori nei diari, nelle lettere che parlano di un uomo che sta per intraprendere grandi cose. Un orgoglio quasi aristocratico».
È alta la sua statura di scrittore?
«Non appropriata la collocazione metafisico-surreale che gli viene data. Alla fine interviene lo spettro di Muratori che ci invita a guardare l’uomo, le cose che Delfini ha fatto per essere obbligati a perdonarlo e per riuscire a capire la sua grandezza. Questo dimostra che la letteratura, e quindi Delfini, è senza tempo, qualcosa che ci accompagna nella vita e ci aiuta a vivere. È questa la morale del libro». —
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