Tango: oltre il ballo, tra poesia e storia La musica dell’anima
Il primo Congresso italiano: perché lo si è voluto a Modena Le radici popolari e quell’emiliano che fuggì in Argentina...
Gli stereotipi dicono che il tango sia solo passionale, che bisogna ballarlo sempre con la stessa donna (la propria), oppure che bisogna allenarsi molto ed avere il fisico adatto… ecc, ecc, ecc…
Nulla di più errato. Il tango è un ballo popolare e quindi per tutte le età e tutte le “taglie”, certamente bisognerà imparare la tecnica ma poi dimenticarla per lasciarsi trasportare insieme nell’abbraccio e dalla musica. Quindi imparare la tecnica per metterla solo al servizio dell’emozione, di ciò che si è in quel momento. Momento di gioia, di tristezza, di rabbia, di dolcezza, e anche di passione. Nel tango esprimiamo tutti gli stati emotivi del essere umano con il valore aggiunto dell’abbraccio.
Un famoso coreografo di Buenos Aires definì il tango ballato come “l’abbraccio di due disperati”. E già: due persone che per motivi diversi sono in crisi, nell’abbraccio di un tango vengono esorcizzate le loro tristezze...
Nasce alla fine del 1800 nell’estuario del Rio de La Plata, nelle rive di Uruguay e Argentina, dalla mescolanza di immigrati europei, creoli (figli di stranieri nati in quelle terre) e discendenti di schiavi africani.
Il 30 settembre 2009 l’Unesco dichiara il tango un bene culturale e patrimonio intangibile dell’umanità, parte della motivazione è che il tango “personifica e incoraggia le diversità culturale ed il dialogo”.
Ma il tango non è solo ballo, anzi...: è musica, storia, poesia. Grandi poeti hanno prestato il loro servizio ai testi del tango, raccontando ciò che ha perso il maschio. Una delle poche storie che ha scritto il perdente, perché ha perso gli amici, i soldi, la madre, il tempo… e sopratutto l’amore, la donna che lo lascia. La sua musica meravigliosa nasce giocherellona e semplice con dei ritornelli cantati pieni di doppi sensi… era il tango che piaceva a Borges “non come a cavallo degli anni ’20 che per colpa, anche, degli italiani diventa triste, malinconico...” diceva il grande scrittore e poeta argentino.
Poi arrivò Astor Piazzolla negli anni ‘50 e fu una rivoluzione. Ce ne fu un’altra tra il ’20 ed il ’30, il passaggio dalla Guardia Vieja alla Guardia Nueva, e la fece Julio De Caro. Tanti, tantissimi cognomi italiani nel tango. Sorprende anche vedere che dietro a diversi cognomi o per la precisione pseudonimi spagnoli, si nasconda uno italiano. Uno su tutti, un emiliano Amleto Enrico Vergiati nato nel 1910 a Borgotaro (Parma). Suo padre era un giornalista delll’Avanti che agli inizi del 1920 per problemi politici si trasferì con la famiglia in Argentina. Amleto s’innamorò di Buenos Aires e del tango. Divenne un poeta del tango e sopratutto scrivendo in “lunfardo” l’argot di Buenos Aires. In Argentina si chiamò Julián Centeya… appunto come la milonga che porta il suo nome.
Quindi per questi ed altri motivi abbiamo pensato di organizzare a Modena il primo Congresso Italiano di Tango Argentino. —
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