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Il medico di Lampedusa a Modena: «Ora è in atto un Olocausto»

Il medico di Lampedusa a Modena: «Ora è in atto un Olocausto»

Pietro Bartolo, scrittore, parla alla Camera di Commercio delle tragedie dell’immigrazione a cui ha assistito. «Ne abbiamo tutti la responsabilità, il “non sapere” è un alibi inesistente»  

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MODENA. «È in atto un Olocausto e noi ne siamo tutti responsabili».

Sono parole taglienti come un bisturi quelle usate ieri da Pietro Bartolo alla Camera di Commercio.

«Ci siamo indignati quando l’Europa ha pagato sei miliardi di euro al presidente turco Erdogan per i profughi - ha criticato il medico di trincea a Lampedusa all'incontro “Non chiamiamoli clandestini” - poi andiamo a creare lager in Libia. Noi ne abbiamo la responsabilità: non abbiamo nemmeno l’alibi di dire “Non sapevamo”, come settant’anni fa».

Il paragone con la Germania nazista è forte, ma supportato da immagini, video, storie. Come quella di Anila (nome di fantasia), protagonista di dieci anni del suo libro Le stelle di Lampedusa.

«È stata violentata, s’è imbarcata per due volte per arrivare in Europa - ha raccontato Bartolo - e la prima è stata salvata dal mare. È arrivata sola, sporca, ammalata. Per la ricerca della mamma ha dovuto attraversare un altro mostro: la burocrazia disumana. Sei mesi per un ricongiungimento familiare sono troppi, ma mi hanno detto che sono fortunato: di solito passano due o tre anni».

L’umanità è il filo conduttore di tanti dolori. Il ragazzo che si toglie la vita, cadutogli tra le braccia «come se mi abbracciasse»; i corpi senza nome recuperati dalla guardia costiera in un barcone affondato; il bambino di tre anni che fino all’ultimo il medico ha sperato di salvare; i morti in una stiva con le unghie all’osso per scavare in cerca di sopravvivenza. V’è qualche gioia, come la donna salvata da un sacco funerario dal medico il 3 ottobre 2013, quando a Lampedusa si pianse per la morte di 368 persone.

«S’è sposata e ha un bambino. Appena l’ho rivista ho pianto», ha ricordato emozionato Bartolo; i bambini chiamati Pietro in suo onore o che si ricordano di lui dopo l’adozione.

«Sono visti come numeri, mentre in realtà sono persone - ha giudicato il dottore, nominato cavaliere della Repubblica e co-vincitore dell’Orso d’Oro nel 2016 per il documentario Fuocoammare - anzi sono migliori di noi. Ho imparato tanto da loro in termini di affetto e gratitudine». Ricompense per avere «un primo approccio umano, non sanitario, con sorrisi, carezze, abbracci, tè caldi». Senza dimenticare le cure per «le malattie legate al viaggio, alla tortura, alle violenze, per l’ipotermia, la disidratazioni, i traumi, il disagio psicologico».

Colpite molto spesso le donne, «quasi tutte violentate o sottoposte a terapie ormonali per fare le prostitute» oppure «ammalate per ustioni chimiche da contatto con la benzina».

L’unico numero che il medico vuole citare è 181mila: «Sono le persone arrivate nella “grande invasione” del 2016. Il problema che è in Italia solo 2mila città su 8mila accolgono». Bartolo ha lanciato un appello alla nostra città: «Se volete accogliere non venite a Lampedusa: spendete a Modena le vostre energie».

«Ci aiutano settecento volontari ogni anno», ha ricordato Luca Barbari, presidente di Porta Aperta.

«Una settimana prima di Natale alla Preda Ringadora ricorderemo i nomi di tutti i morti nel Mediterraneo - ha concluso Stefania Vecchi, vicepresidente di Modena per gli altri – per far capire che l’Italia non è soltanto Lodi». —

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