Pronto soccorso: una vita “al fronte” per gestire ogni anno oltre 45mila accessi
Il direttore Marco Barozzi lascia e racconta il dietro le quinte « Qui un terzo dei pazienti arriva in condizioni disperate»
Quando ha iniziato, nel suo reparto finivano quelli che… rompevano le scatole, oppure i medici che non erano riusciti ad andare avanti nel loro settore. Oggi quella che dirige è una struttura d’eccellenza, con 45mila accessi all’anno. Marco Barozzi, medico modenese e direttore della Struttura complessa di Pronto soccorso, Osservazione breve intensiva e Medicina d’urgenza dell’ospedale di Baggiovara, andrà in pensione a fine ottobre.
Si è specializzato nell’86: come è cambiata la medicina d’urgenza in 32 anni?
«Quando ho iniziato, la medicina d’urgenza semplicemente… non esisteva, mentre tutti quelli che hanno la mia età sono arrivati al pronto soccorso perché avevano in qualche modo “fallito” nel loro mestiere. E se qualcuno rompeva un po’ le scatole… finiva al pronto soccorso».
Ma lei come ci è arrivato?
«Io mi sono specializzato in Chirurgia toracica e poi in Chirurgia d’urgenza, ma non ho vinto il concorso, quindi ho passato molti anni nella Bassa: prima a Concordia, nel grande ospedale ortopedico dove ho passato tre anni e mezzo, facendo molta sala operatoria e pronto soccorso. Quindi sono stato all’ospedale di Mirandola, dove sono rimasto per dieci anni, mettendo a frutto le mie competenze in traumatologia: allora ero praticamente l’unico medico di pronto soccorso dell’ospedale…».
La sua carriera è passata anche per l’Appennino e la Romagna.
«Nel ’99 sono diventato responsabile del pronto soccorso di Pavullo, poi sono stato richiamato a Modena, al Sant’Agostino, e nel 2005 abbiamo aperto l’ospedale di Baggiovara. Nel 2012, sono stato nominato direttore della Medicina d’urgenza del Bufalini di Cesena: una prova importante, perché stare lontano da casa a 55 anni non è facile, ma un’esperienza molto formativa. È stato proprio a Cesena che ho capito cosa vuol dire organizzare un ospedale attorno all’emergenza: un esperienza che mi è servita nell’ultimo anno, che ho passato da direttore».
Quanti pazienti arrivano da voi in un anno?
«La media è di 45mila accessi, e l’anno scorso sono stati poco più. Un terzo di questi pazienti arrivano in condizioni critiche, mentre la media nazionale è attorno al 20%: un numero molto significativo, perché di fatto bisogna organizzare la struttura-ospedale attorno a 15mila pazienti che stanno male. E poi c’è un altro fatto: se in un anno abbiamo tra i 250 e i 300 traumi gravi, quelli che arrivano sono molti di più, così come se curiamo circa 200 ictus gravi, al pronto soccorso ne arrivano tanti altri. Tutto questo significa che bisogna fare presto e bene».
La specializzazione in Medicina d’urgenza è nata solo nove anni fa: oggi sono pochi i giovani che vogliono dedicarsi al pronto soccorso?
«In realtà ce ne sono tanti, anche se è un ruolo molto complesso, perché le notti fatte al pronto soccorso sono notti passate in piedi, con tutto quello che ne consegue nell’alterazione del bioritmo: io stesso, quando facevo le notti, il giorno dopo non riuscivo mai a riposare bene. A rendere difficile questa scelta è anche il fatto che il medico specializzato nelle urgenze non può fare attività anche in ambulatorio privato come un altro medico…».
Il vostro è un ruolo delicato anche per il rapporto coi pazienti e le loro famiglie…
«La comunicazione, insieme alla capacità di stare vicini ai pazienti, è fondamentale, come spiego sempre nei corsi avanzati di gestione traumi che tengo da vent’anni in tutta la regione. Ai giovani colleghi dico sempre una cosa: un medico professionalmente “normale”, ma con una buona capacità di comunicare, vale più di un medico brillante dal punto di vista professionale». —
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