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La ruspetta curiosa e i nomi delle cose Così si crea la realtà

MONICA TAPPA
La ruspetta curiosa e i nomi delle cose Così si crea la realtà

Al Centro Famiglie di Maranello Tessaro con il teatro disegnato di “Dimodoché” «L’artista deve far vedere la bellezza»

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MONICA TAPPA

1981. Esce in Italia un romanzo che diventerà un vero e proprio cult: è La Storia Infinita, scritta da Michael Ende. Poi è diventato anche un film (nel 1984), sì, quel film, col Fortunadrago col muso di cane, la scena straziante di Artax che affonda nella palude della tristezza, una colonna sonora tormentone e degli effetti speciali che a vederli oggi fanno sorridere. Chi ha letto il libro o visto il film ricorderà che, nella Storia Infinita, l’Infanta Imperatrice del regno di Fantàsia è ammalata in modo grave. Gravissimo. L’unico modo per salvare lei e il suo mondo è quello di darle un nuovo nome.

Ecco. Quello di dare un nome alle cose è un nodo importantissimo, nella crescita di un individuo (e anche di una società). Per dirla con le parole dello storico sociale delle idee David Bidussa “le cose esistono, ma non basta indicarle. Per comprenderle, perché acquistino per noi un significato, siano discutibili, entrino a pieno titolo nella riflessione pubblica e dunque siano oggetto di confronto, e di crescita, occorre che abbiano un nome”. Bidussa - per la cronaca - sta parlando di “Retrotipia”, l’ultimo lavoro di uno dei massimi pensatori contemporanei, Zygmunt Bauman, filosofo, ebreo, che verrà ricordato dai più per il concetto di “società liquida” ma che ha scritto pagine illuminanti anche in altri saggi (“Modernità ed Olocausto”, ad esempio. Non lo conoscete? Eh… Insomma, perché non fare una ricerchina su Google?). Che c’entrano filosofi e vecchi romanzi con i bambini? I bambini, con le loro domande, cercano di dare un nome alle cose che vedono ma non riconoscono. La comunità educante quindi ha un ruolo importantissimo in questo cercare di dare i nomi corretti delle cose. Come lo fa? Dipende dal ruolo che ha. Gli artisti, ad esempio, lo fanno con le immagini, con le parole delle storie.

Chi c’era sabato 13 ottobre, all’inaugurazione degli eventi autunnali del Centro per le Famiglie di Maranello, e ha assistito allo spettacolo di teatro disegnato “Dimodoché” di Gek Tessaro, lo sa bene. Chi non c’era può andare in biblioteca e chiedere di “Dimodoché”, che oltre a essere il titolo di quello spettacolo è, prima di tutto, un albo illustrato pubblicato da Lapis nel 2016. Una storia semplice, che parte da una constatazione semplice: a tutti i bambini piacciono i mezzi da trasporto come le ruspe, le scavatrici, le autocisterne, i camion. E la protagonista di questa storia è proprio una ruspetta. Una ruspetta curiosa come i bambini, che fa un sacco di domande e si entusiasma per ciò che scopre, per i nomi che vengono dati alle “cose”: montagna, lago, cielo, grilli…

Anche Tessaro, chiacchierando fuori dal palcoscenico, ha detto che “le cose esistono perché le vedi, finché il mondo non lo vedi non esiste” e ha aggiunto una nota importante, sulla responsabilità: «l’artista deve far vedere. Se nessuno ti mostra la bellezza, la bellezza passa, sparisce. Compito dell’umanità è far scoprire la bellezza, perché è solo dall’osservazione - ha insistito - che nasce l’incontro». Poi è iniziato lo spettacolo. Buio in scena, uno schermo bianco, una mano che diventa tratto, poi colore. E una voce che racconta. «La prima cosa che vi vorrei dire è che alle ruspe piace costruire…». —

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