Operai sfruttati e sottopagati del 30% Indagini aperte seguendo l’Iva non versata
Le società di manodopera duravano pochi mesi, ma gli addetti che lavoravano nei macelli erano sempre gli stessi
CASTELNUOVO
È stata un’intuizione a proiettare la Guardia di Finanza, coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe De Giorgio, verso la certificazione del caporalato nel settore delle carni. Il provvedimento, notificato lunedì a cinque società (quattro delle quali fanno riferimento ad un unico soggetto), è un unicum nel panorama italiano dal momento che viene affiancato agli imprenditori coinvolti un commissario. In questo modo si eviterà il default delle aziende, ma soprattutto si tuteleranno i lavoratori e i contratti con i fornitori.
Eppure il sistema scoperchiato dagli investigatori conferma i sospetti che da anni si sussurrano nei macelli e nelle aziende di trasformazione delle carni: esiste un substrato di manodopera a basso costo da sfruttare fino in fondo. Addetti, moltissimi dei quali extracomunitari, che necessitano di un salario per garantirsi la sussistenza, pronti a lavorare a prezzi fuori mercato e quindi innescando una concorrenza sleale rispetto a chi deve - e vuole - rispettare i parametri dei contratti nazionali. Si scopre così che decine di operai erano impiegati anche per oltre 150 ore mensili, senza maggiorazioni per i turni festivi e con buste paga in cui veniva decurtato anche il 30% della base oraria, talvolta pagata in nero. Ma sul fronte degli addetti l’inchiesta proseguirà al fine di definire meglio il perimetro in cui le imprese si muovevano.
È invece certo che le società a responsabilità limitata avevano vita piuttosto breve, tra i 12 ed i 14 mesi, come del resto è documentato nell’inchiesta che prende in analisi il quinquennio 2012-2017. Erano aperte e chiuse dalla stessa persona, che celandosi dietro una srl probabilmente credeva di rendersi invisibile in un periodo storico in cui erano le coop spurie nel mirino. Un modo di operare senza tante cautele, fatto di una batteria di operai che “migravano” da una società all’altra. Non a caso la stragrande maggioranza dei dipendenti erano sempre i medesimi, elemento che ha aiutato non poco la Finanza a smascherare il sistema di sfruttamento e caporalato.
Ma stavolta non ci sono delatori, tutto è iniziato da un accertamento fiscale e nel momento in cui gli investigatori hanno fiutato un’evasione Iva - poi quantificata in circa 3 milioni - così plateale, ecco che gli approfondimenti hanno portato a scoperchiare il piano illegale, che faceva comodo un po’ a tutti: a chi evadeva e anche a chi otteneva operai a basso costo e che l’Iva la poteva poi compensare. —
F.D.
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