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san felice. continui colpi di scena dai testimoni 

Processo Meta, due ingegneri svelano le “verità nascoste”

A.SE
Processo Meta, due ingegneri svelano le “verità nascoste”

Papazzoni: «Mai fatto un vero sopralluogo tecnico per impostare i lavori» Pullè: «Fui chiamato dal Comune, ma negai l’agibilità». Racconti e lacrime

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SAN FELICE

L’ingegner Papazzoni non fece nessun sopralluogo “vero” alla Meta, per progettare le opere che furono poi realizzate dalla famiglia Preti dal 20 al 25 maggio 2012. Giovedì 24, per far mettere la firma necessaria a riaprire lo stabilimento, fu il Comune, nella persona dell’assessore Simone Silvestri, a chiamare un tecnico per conto di Meta. Il tecnico era l’ingegner Francesco Pullè che, alla vista dello stabilimento, non firmò l’agibilità. Si prese un giorno di tempo per pensarci, ma quando al venerdì chiamò Preti per comunicargli che non avrebbe firmato, perché l’edificio pur avendo una resistenza (statica) ai pesi non era affatto certo resistesse al un sisma, si sentì dire da Preti che avevano già trovato un altro tecnico, ovvero il geometra Claudio Terrieri. Il quale al sabato mattina (26 maggio 2012) si presentò in Comune, con la pratica redatta in base alla procedura indicata nel sito internet del Comune, per le agibilità provvisorie “facili”. Procedura poi scomparsa (parlare di “manina” sarebbe di moda...) dal fascicolo di Meta, dove ne è ricomparsa poi una copia molto più rigorosa e deresponsabilizzante per il Comune stesso.

operai già al lavoro

Intanto però già dal venerdì alcuni degli operai erano al lavoro per far ripartire lo stabilimento Meta dal lunedì 28, senza neppure quella agibilità all’epoca così importante (la procedura dettata dal Comune faceva riaprire gli stabilimenti) e che oggi (al processo) lo stesso Comune (testimonianze della prima udienza) declassa a foglio supergiù insignificante, in entrambe le versioni. Quella vera e quella che per la Procura è solo un inquietante falso. Questo, in estrema sintesi, il riassunto delle testimonianze alla seconda udienza del processo che vede imputati Paolo Preti e il geometra Terrieri per concorso in abuso edilizio (le opere di “rafforzamento” dei pilastri) e omicidio colposo plurimo (morirono due operai e l’ingegner Bignardi, nella parte dichiarata agibile dello stabilimento). Imputati anche il sindaco Alberto Silvestri e il capo dell’Ufficio tecnico Daniele Castellazzi, per gli stessi reati e per il falso del documento “salva-Comune”.

I testimoni sotto esame

I testimoni di ieri sono stati esaminati dal giudice, dottoressa Siena, dal pm Luca Guerzoni e dagli avvocati. Incalzanti le domande dell’avvocato Nicola Termanini, parte civile per la famiglia Bignardi. A distanza di sei anni, infatti, le famiglie non sono state risarcite.

“Non so come finiremo”

Dopo l’esame di Marilena Amadei, tecnico dell’Ausl, da cui è emerso non fossero state prese speciali misure di sicurezza antisismiche alla riapertura, è stata la volta di operai e capireparto della Meta: Mirco Molinari, Claudio Bianchini, Giorgio Paltrinieri, Silvano Clementi, Marcello Pinca. Testimonianze a volte commosse, nel ricordo di giorni tragici, a volte contraddittorie, a volte intrise di “non ricordo” rispetto alle dichiarazioni rilasciate allora ai carabinieri e ai tecnici Ausl. Ma, nella sostanza, a portoni aperti alcuni iniziarono al venerdì, altri al sabato. E quasi tutti al lunedì 28, convocati per ripartire con la produzione. Molti dichiarando oggi di non avere avuto timori - ben diverse, per chi c’era, lo choc, le urla e la rabbia poco dopo il crollo - tranne alcuni. Uno dei quali si era preparato un rifugio sotto al tavolo di lavoro. Ha testimoniato anche Salah Azarg, che la mattina del 29 venne in auto da Finale con suo fratello Mohamed, una delle vittime: «Non so come andiamo a finire se arriva il terremoto», gli disse Mohamed.

La telefonata dell’assessore

Poi la testimonianza dell’ingegner Pullè: «Ricevetti la telefonata dall’assessore Silvestri, che poi mi passò Preti», ha svelato nell’imbarazzo di tanti. Pullè - che fece il sopralluogo al giovedì mattina - ha parlato di una resistenza statica al peso ma ha aggiunto che in quei giorni c’erano scosse dinamiche, per cui, nonostante una telefonata di sollecito di Preti al pomeriggio, decise l’indomani di dire di no. «Si trattava di un edificio particolare, con caratteristiche particolari, lo paragonerei al Ponte Morandi, per farmi capire». Come dire, servivano competenze speciali. Tanto che quando gli fu detto che era già stato scelto Terrieri «rimasi stupito».

Poi Papazzoni, che alla Meta ci era passato solo alla domenica mattina, tre ore dopo la devastazione del 20 maggio: «Non ci sono mai più andato, ho solo dato un’occhiata per fare un piacere all’amico Remondi, ero impegnato su ben altre priorità. Non ho fatto alcun disegno tecnico dei lavori da fare», ha detto. Della serie, i disegni usati per i lavori “abusivi” erano dei Preti. Infine, la più toccante, la testimonianza di Giovanni Remondi, socio di minoranza in Meta. Era con Bignardi (chiamato da Terrieri dopo aver rilasciato l’agibilità, per vedere «se c’era altro da fare») e i Preti a fare il sopralluogo, quel tragico 29. «Bignardi disse “è stato fatto un lavoro sensato ed efficace”, ma un istante dopo è arrivata la scossa. Sono caduto, ho fatto inciampare Paolo e impedito a suo figlio Alessandro di passare. Quando ci siamo rialzati, davanti a noi, c’era Bignardi sotto un trave...», ha detto in lacrime. E il gelo e il terrore di quei giorni sono riemersi negli sguardi e nei ricordi di tutti. —

A.SE



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