LO SPECIALE/ Processo Aemilia, la sentenza: 1223 anni di carcere. La mafia "nostrana" esiste
Chiuso il maxi processo legato all'indagine sulla 'Ndrangheta in Emilia Romagna. Complessivamente 120 i colpevoli. La Corte condanna anche gli imprenditori modenesi Bianchini e Gibertini Due ore per leggere la decisione, tra urla e sceneggiate. Applausi degli studenti
Testi di Alberto Setti, Francesco Dondi e Valentina Corsini
A cura di Andrea Marini
REGGIO EMILIA Oltre 1.200 anni di carcere: li ha inflitti il collegio di Aemilia al termine del maxi-processo di 'Ndrangheta. A quanto risulta dal dispositivo letto in tribunale a Reggio Emilia: si tratta di 118 condanne in rito ordinario (la più alta a 21 anni e otto mesi) e di altre 24 in abbreviato per 325 anni, per reati commessi dal carcere durante il processo. Le sentenze hanno sostanzialmente ricalcato le richieste dei pm della Dda Beatrice Ronchi e Marco Mescolini. Raccontiamo il lungo giorno della sentenza che ha sancito come la mafia in Emilia Romagna non solo esiste, ma si è radicata.
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Milleduecentoventitre anni di carcere. Dieci dei quali inflitti all’imprenditore della Bassa Augusto Bianchini, otto al patron dei petroli di Modena, Gino Gibertini. Quasi quaranta a Michele Bolognino, il boss che frequentava i cantieri della ricostruzione di Finale e dintorni, considerato un capobastone nel modenese.
Diciannove a Giuseppe Iaquinta, l’imprenditore edile di Reggiolo padre di Vincenzo, ex attaccante campione del mondo di calcio e giocatore di varie squadre professionistice tra cui la Juventus.
Condannato anche lui, Vincenzo, ma senza l’aggravante mafiosa. In tutto 120 condanne, per il rito “ordinario” (con 898 anni complessivi) e in abbreviato (per 325 anni) per gli imputati di associazione mafiosa. Poche le assoluzioni totali (24), cinque le prescrizioni. E poi aziende confiscate, milioni di euro di risarcimento danni, anche solo come anticipazione (cosiddetta provvisionale) di processi civili che verranno.
E soprattutto la certificazione (perché c’era già stata una sentenza definitiva di Cassazione per decine di altri imputati) che il nostro territorio sia stato permeato per decenni da una nuova mafia. Una ’ndrangheta... nostrana. Che non finisce con il maxiprocesso Aemilia, concluso ieri in primo grado. Altri processi (incluso quello che coinvolge l’ex senatore Giovanardi) sono in arrivo.
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Uno (Aemilia bis) si celebrava proprio ieri in un’altra aula del tribunale di Reggio. E non è tutto, poiché la Corte ritiene “false” 53 testimonianze di altrettante persone, che sono sfilate in oltre due anni davanti alla Corte presieduta dal modenese Francesco Maria Caruso, e che ora finiranno sotto inchiesta, con gli atti che passano alla Procura, per aver tentato di coprire la mafia. La “nostra” mafia. Mafia sì, ma disastro ambientale no.
La famiglia Bianchini esce indenne, tra prescrizioni delle contravvenzioni e mancato riconoscimento di reati gravi, dalla responsabilità - penale - della contaminazione della Bassa con l’amianto. L’amianto resta, ma di colpevoli ad ora non ce ne sono... È un po’ questa la sintesi della sentenza che ieri ha impegnato per ore centinaia di persone: magistrati, forze dell’ordine, avvocati, istituzioni, vittime di una miriade di reati, parenti degli imputati e semplici cittadini.
Convocati per le 9.30 nell’aula bunker che con ogni probabilità ospiterà anche il processo di appello e sottoposti ad una doppia procedura di perquisizioni e metal detector. La sentenza era attesa per le 11, ma per la prima volta si è registrato un inatteso guasto tecnico, che ha fatto saltare i collegamenti con le carceri dove sono detenuti imputati “eccellenti” o collaboratori di giustizia. Circostanza che ha amplificato il clima di tensione stellare che telecamere da tutta Italia hanno documentato e diffuso.
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Dei modenesi, si è presentato solo Nicola Bianchini, il figlio minore di Augusto, rimasto a casa, a Rivara di San Felice, col resto della famiglia. Assente anche Gibertini. Così, quando alle 13 è squillato il campanello che annunciava la Corte, centinaia di persone si sono alzate in piedi, per assistere alla storia, dal momento che mai è stato celebrato un processo di mafia di queste dimensioni al Nord. Affiancato dai colleghi Cristina Beretti e Andrea Rat, Caruso dopo due settimane di camera di consiglio ha letto per oltre due ore. Prima le sentenze relative a ogni singolo imputato, poi le confische, poi i risarcimenti alle parti civili. Poi le sentenze del rito abbreviato...
Non senza sceneggiate, la prima dell’ex calciatore Iaquinta, seguito ben presto dalla moglie di Luigi Silipo e da parenti di altri imputati, con il presidente costretto a chiedersi due volte se la forza pubblica non fosse in grado di garantire il necessario silenzio.
Alle 15.06, con l’annuncio che le motivazioni delle sentenze saranno depositate entro 90 giorni, il sipario della storia è calato, nel timido e isolato applauso degli studenti modenesi di Legge vicini a Legambiente. Ma il lavoro della Giustizia proseguirà, dall’esegesi del dispositivo prima e delle motivazioni poi, per preparare il secondo tempo di una partita che non chiude qui. E già in serata è stato registrato un primo punto fermo, con i carabinieri a prelevare i condannati più gravi per il capo 1 (l’associazione mafiosa).
I NUMERI
Le condanne Su 148 imputati arrivano 24 assoluzioni e alcune prescrizioni. Pena più alta a Carmine Belfiore, 21 anni e 8 mesi. Condannati, tra l’altro, Gaetano Blasco (21 anni), Michele Bolognino (20 anni e 7 mesi) e l’imprenditore Giuseppe Iaquinta (19 anni). Nell’abbreviato, con sconto di un terzo della pena, 16 anni e 4 mesi per Gianluigi Sarcone e a 16 anni per Palmo e Giuseppe Vertinelli e altri 17 e 4 mesi per Michele Bolognino.
Aula bunker gremita Centinaia di persone hanno assistito alla lettura della sentenza. Le porte dell’aula sono state aperte alle 9.05. Tra il pubblico anche le Agende Rosse, che per anni sono state presidio costante alle udienze, ragazzi del presidio universitario di Libera e professori del liceo “Formiggini” di Sassuolo. Alle 11 non c’era più neppure una sedia.
Le cifre del processo Il processo in dibattimento si è aperto il 23 marzo del 2016. Ci sono state 195 udienze, prima della sentenza. Beni sequestrati per 500 milioni, 78 parti offese, 32 parti civili
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LA PROCURA DDA: "LE INDAGINI NON SI FERMANO" La ’ndrangheta c’era, non ne abbiamo mai dubitato in questi anni. Ma ora lo hanno confermato la Cassazione e la sentenza di Reggio». Così il procuratore capo di Bologna e coordinatore della Dda Giuseppe Amato commenta la sentenza del processo Aemilia di primo grado arrivata in seguito all'indagine svolta dai pm Mescolini e Ronchi.
«Un processo e una condanna, però, non interrompono l’evento criminoso - ha proseguito Amato - gli accertamenti giudiziari dovranno continuare. Aemilia apre la pista ad altri processi, come è avvenuto per i delitti degli anni Novanta, grazie alle collaborazioni dei pentiti. Ma ci sono altri profili che meritano investigazioni, le indagini non finiscono», aggiunge facendo riferimento alle 53 false testimonianze per le quali il Tribunale ha inviato gli atti alla procura.
«Non è una sorpresa - conclude Amato - dato che si parla di un procedimento su un reato che si contraddistingue anche per l’omertà dell'associazione mafiosa». «Ora nessuno può più dire “non sapevo” e chi continua a sottovalutare la presenza criminale o addirittura a negarla diventerebbe complice della presenza e del radicamento della organizzazione criminale nel territorio emiliano - dice Enza Rando, vicepresidente dell'associazione Libera - Le infiltrazioni mafiose, che interessano questo territorio come ormai la maggior parte delle zone del Paese, si contrastano con la repressione e gli strumenti giudiziari ma il primo e imprescindibile strumento rimane il risveglio delle coscienze, l'orgoglio di una comunità che antepone il bene comune alle speculazioni e ai privilegi, contrastando in tutte le sedi la criminalità organizzata e i suoi complici».
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LE REAZIONI: GLI IAQUINTA "VERGOGNA, NIENTE PROVE"
Urla e contestazioni alla corte, durante la lettura della sentenza, da parte di alcuni imputati illustri e relativi familiari presenti in aula.
GLI IAQUINTA
Per Giuseppe Iaquinta, accusato di associazione mafiosa, i pubblici ministeri avevano richiesto una condanna pesantissima: 19 anni. Richiesta accolta e confermata dal tribunale. Per il figlio Vincenzo, invece, ex giocatore anche della Juventus e campione del Mondo 2006, la richiesta di 6 anni avanzata dai pm è caduta - in quanto non è stata riconosciuta l’aggravante mafiosa - ma la condanna inflitta è stata comunque esemplare: 2 anni. Condanne che hanno fatto esplodere di rabbia Vincenzo che, insieme alla moglie e al padre, era seduto in fondo all’aula bunker. “Ridicoli, siete ridicoli. Tutto il mondo deve sapere quello che avete fatto e solo perché sono calabrese. Vergogna!” ha tuonato il campione prima di lasciare l’aula con i familiari mentre la lettura del dispositivo era ancora in corso.
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LO SFOGO FUORI DAL TRIBUNALE
Lo sfogo duro e furente degli Iaquinta è continuato poi fuori, davanti il palazzo di giustizia. «Vergogna, vergogna - continuava a gridare Vincenzo - questo processo è una vergogna: condannati per due ombrelloni e perché siamo calabresi. Condannati perché siamo famosi e conoscevamo gente, ma noi non abbiamo niente a che vedere con la ’ndrangheta. Io ho vinto un Mondiale e ho quattro figli: mi hanno rovinato la vita. E sono orgoglioso di essere calabrese. Questo è stato solo un processo mediatico e politico. Sono sempre stato zitto, ma adesso non sto più zitto. Basta. Han fatto di tutta un’erba un fascio, qua. Tutto questo è stato costruito e c’è finito in mezzo chi non c’entra niente. Ma non ci fermeremo qui. Andremo avanti ricorrendo in appello».
Furioso anche il padre Giuseppe che, mentre fumava il sigaro, si è lasciato andare ad uno sfogo altrettanto pesante: «Io non ho mai fatto niente delle cose che dicono loro - ha detto riferendosi ai giudici - quindi tutto ciò è qualcosa di inaudito. E senza neanche una prova. In pratica sono stato condannato senza prove. Questo è un processo circoscritto alla politica e basta. I giudici si devono solo vergognare. Ma alla sentenza di appello vedremo…».
Sibillina poi la frase che si è lasciata sfuggire la moglie di Vincenzo, mentre la famiglia veniva accompagnata alle rispettive auto ed allontanata dai giornalisti da uno dei loro legali: «Un processo politico. E i soldi del terremoto se li sono intascati loro…».
LUIGI SILIPO E LA MOGLIE
Non da meno di quella degli Iaquinta è stata la contestazione verso i giudici, e a più riprese, di Luigi Silipo e della moglie. Silipo è stato condannato a 12 anni ed 8 mesi con rito abbreviato e a 9 anni in ordinario. Alla lettura della sentenza la moglie, Lucia Zampini, seduta accanto al marito in aula, è sbottata più volte. “Bravi, bravi. Continuate così. Bis, bis” ha detto gesticolando ed ironizzando sulla sentenza. Ancora più duro Silipo. “Miserabili, vergognatevi”, il suo sfogo.
L'AMAREZZA DI GIBERTINI E I SUOI LEGALI
Pena dimezzata per Gino Gibertini, il noto imprenditore modenese dei petroli, nonché volto conosciuto dello sport geminiano quale ex campione della Panini e della serie A1, ultimo presidente del Modena Volley ed ex socio del Modena calcio. Se la richiesta da parte dei pubblici ministeri per lui, ieri assente, era stata pesantissima - 17 anni - la condanna inflitta dai giudici, più “leggera”. L’imprenditore, infatti, imputato ad Aemilia per estorsione in concorso con Nicolino Sarcone ed Antonio Silipo, aggravata dal metodo mafioso, è stato condannato ad 8 anni.
Esterrefatto l’avvocato Luca Pastorelli che, insieme al legale Filippo Sgubbi, ha difeso l’imprenditore.
«Questa pena dimezzata non è un gran risultato perché sia io che il prof Sgubbi eravamo convinti che il Tribunale potesse assolvere totalmente Gibertini - ha detto Pastorelli - noi crediamo ci fossero tutti gli elementi per arrivare ad una sentenza di merito favorevole. Voglio pensare che questa condanna sia un po’ l’effetto di un ambiente molto difficile nel quale siamo andati a discutere questo processo. Diversamente, la ritengo poco comprensibile. Ma leggeremo le motivazioni e ricorreremo in appello, impugnandola. Tra l’altro non è stata nemmeno esclusa l’aggravante dell’articolo 7, almeno nella lettura del dispositivo. Fatto inconcepibile, anche perché era stata addirittura esclusa dal Tribunale del riesame. Quindi mi sembra che, per la posizione del nostro assistito, ci sia stato un cortocircuito motivazionale che si è innescato tra i giudici. Mi auguro, con il prof Sgubbi, di fare chiarezza per arrivare ad una sentenza definitivamente assolutoria già in appello. E’ chiaro che oggi, per me, è stata una sorpresa».
Come lo è stata per Gino Gibertini che ha seguito da lontano la lettura della sentenza. «Gino ha seguito la sentenza via internet ed in tv e dopo aver sentito la sua condanna mi ha mandato dei messaggi sul cellulare - puntualizza Pastorelli - e da quello che ha scritto posso dire che confida in un esito positivo a lungo termine della sua posizione, in quanto consapevole, come noi, di non aver assolutamente commesso un reato di estorsione come quello che gli è stato contestato».
I RISARCIMENTI
Centomila euro di provvisionale a testa per i Comuni di Finale, Concordia, Mirandola e San Felice, altrettanti per l’Area Nord, 600mila euro per la Regione e 200mila per la Provincia di Modena: sono i soldi che i condannati per associazione mafiosa dovranno versare - in attesa della successiva quantificazione in sede civile - agli Enti danneggiati dal loro modo di agire, che ha di fatto creato un grave danno di immagine alle istituzioni politiche. E finalmente la Bassa si è palesata in Aula con quattro rappresentanti dei Comuni. L’unico atteso era il presidente del Consiglio di Finale, Maurizio Boetti, già finito sul banco dei testimoni e più volte arrivato a Reggio come uditore delle udienze.
«Questa sentenza certifica la presenza radicata della criminalità organizzata, ma soprattutto deve essere un monito agli amministratori locali e ai consiglieri comunali affinché non prendano con superficialità il loro lavoro, fatto di decisioni difficili, controllo, indirizzo e verifica».
A pochi metri da Boetti sedeva il collega del Consiglio di Mirandola, Andrea Venturini, con a fianco il vice-sindaco di Cavezzo, Flavio Lodi. «Questo è un punto d’inizio, ma gli occhi vanno tenuti ben aperti - dice Lodi - Il territorio è permeabile alle infiltrazioni, forse non eravamo abituati, magari tutti pensavamo che esistesse la malavita, ma ora ne abbiamo preso coscienza diretta». In penultima fila si è invece accomodato Simone Silvestri, assessore di San Felice, che ha seguito, per ovvie ragioni, con attenzione soprattutto la fase della sentenza legata alla famiglia Bianchini.
«Siamo sollevati per i nostri figli...». Augusto Bianchini e la moglie Bruna Braga, pur condannati, hanno risposto così al loro legale, che gli confermava la sentenza del tribunale, diffusa in diretta anche dal canale Youtube e dal sito della Gazzetta.
Parole che raccontano il terrore di questa famiglia: per tutti e cinque, i genitori e i tre figli, la pubblica accusa aveva chiesto circa 55 anni. Ne sono arrivati “solo” 17, con l’assoluzione di Nicola (ieri presente in aula) e Alessandra, che ora potranno tornare alle loro vite. Alessandro, il primogenito, se la cava con 3 anni senza alcuna aggravante mafiosa. Come la madre Bruna, che di anni ne dovrà scontare 4, anche se c’è sempre il - certo - ricorso incrociato in appello. Della Procura e delle difese.l’aggravante mafiosa
Soddisfatti, in aula, Simone Bonfante e il collega Riatti, in sostituzione del prof Giulio Garuti (impegnato in un altro processo). Tutti chiamati ora a smontare in appello l’infamante “concorso esterno in associazione mafiosa” per Augusto. Condannato a 9 anni e 10 mesi (ne erano stati chiesti 15 e 6 mesi) anche per le false fatture (che erano state confessate al processo), per il caporalato (l’impiego abusivo degli operai di Bolognino) e per l’abuso d’ufficio assieme al tecnico del Comune di Finale, Gerrini, già condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione.
Avvocati soddisfatti
«Siamo soddisfatti, soprattutto per i tre ragazzi, visto che per Alessandra e Nicola sono cadute le accuse sulle intestazioni fittizie, e anche Alessandro non ha aggravanti, così come Bruna. Ora prepariamo l’appello...», commenta tra l’altro Bonfante.
«Ho apprezzato il lavoro certosino del Tribunale che ha analizzato le fonti di prova che abbiamo sottoposto. In appello siamo sicuri che ci siano margini per risolvere meglio la situazione di Augusto, specie con riferimento al concorso esterno all’associazione mafiosa, se è caduto per la moglie, faticherà a reggere anche per lui...», commenta a caldo anche il prof Garuti.
I Bianchini tuttavia perdono le aziende: confiscata allo Stato la Bianchini Costruzioni, confiscata la Dueaenne, confiscata la Ios di Alessandro. Bruna e Augusto dovranno versare anche 15mila euro, quale profitto dei reati per le false fatture con Giuseppe Giglio.
Confiscati anche tutti i mezzi, i conti correnti e le disponibilità finanziarie delle aziende della famiglia di Rivara.
L’amianto tocca ai cittadini
Su un altro aspetto invece i Bianchini si salvano. Un capitolo che ha toccato da vicino migliaia di persone e che, esclusa la responsabilità della famiglia di Augusto, resterà un nodo irrisolto: l’amianto. La corte infatti ha pronunciato la prescrizione delle contravvenzioni legate all’amianto, e per il resto l’assoluzione.
Non solo, ha respinto le richieste delle parti civili costituite, ovvero il Ministero dell’Ambiente, Legambiente, e il consorzio “Ricommerciamo”. Non avranno un euro per la sofferenza e la costosa e controversa gestione dell’emergenza amianto.
Ma l’amianto c’era. E c’è, anche se evidentemente in misure con così rilevanti da giustificare diverse determinazioni. Resta oggi nella famosa “montagna” presso lo stabilimento Bianchini, che ai Bianchini però non appartiene più.
Significa che, salvo diverse determinazioni del giudice di appello, sarà la comunità - dallo Stato, agli enti locali e comunque ai cittadini - a farsene carico. Significa che le responsabilità andavano accertate prima della prescrizione, che lo spostamento “da qua a là” (come avvenne da Ricommerciamo alla sede aziendale al polo industriale, violando la legge) non ha purtroppo risolto alla radice il problema. E per smaltire davvero - ora più di allora - occorrerebbero quindici milioni di euro.
I PRIMI ARRESTI
Neppure il tempo di uscire dal tribunale di Reggio e tornare a casa che sono scattati i primi arresti da parte dei carabinieri del Reparto Operativo di Modena. Su disposizione del collegio, presieduto da Francesco Maria Caruso, e dopo la richiesta inoltrata dalla Procura Antimafia, si è infatti provveduto ad accompagnare in carcere tutti coloro che hanno pene elevate da scontare con un provvedimento di misura cautelare per certi versi inaspettato dalla tanta celerità.
E così i militari dell’Arma di Modena sono rimasti fino a notte in trasferta in terra reggiana - alcuni di loro erano presenti fin dal mattino presto per assistere all’udienza di Aemilia-bis - e hanno quindi provveduto a raggiungere almeno 12 imputati condannati per trasferirli al comando provinciale di Reggio.
In quel contesto sono stati loro notificati gli atti di garanzia. Una nuova operazione, quindi, per i carabinieri modenesi, presenti in massa in aula dove hanno portato un prezioso contributo alla formazione della prova con le loro dirette testimonianze.
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