Carpi. Brunetto Salvarani: il teologo pop al servizio dell'uomo
Visione ecumenica ed interreligiosa per lo studioso, scrittore, giornalista e conduttore radiofonico. «La politica oggi si chiude a riccio ed erige muri. La Chiesa deve testimoniare Cristo con il proprio stile di vita» “Autoritratto” di un intellettuale poliedrico e popolare con esperienza nel mondo amministrativo e dello spettacolo
MODENA. Tornare alla Bibbia e alla sua sapienza proprio per l’incertezza dei nostri tempi. L’invito viene da Brunetto Salvarani, teologo, giornalista, scrittore, critico letterario e conduttore radiofonico. Dirige la rivista QOL. Docente di Missiologia e Teologia del dialogo presso la Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna di Bologna e gli Istituti di Scienze religiose di Modena, Forlì e Rimini, fa parte della redazione della trasmissione Rai 2 “Protestantesimo” ed è presidente dell’Associazione degli “Amici di Nevè Shalom - Waahat as-Salaam”.
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È fra i conduttori della trasmissione radiofonica di Radio 3 Rai “Uomini e Profeti”. Ha curato diverse opere editoriali. Il suo è un richiamo forte alla Sacra Scrittura, in considerazione che oggi siamo all’esaurimento, alla conclusione di una stagione storica della Chiesa, che veniva chiamata cristianità. “La Bibbia offre vari vantaggi, perché è un grande codice della cultura, dell’arte. È indispensabile per capire la storia dell’arte, ma anche la musica, la letteratura, la filosofia, i diversi linguaggi. In una fase in cui l’Italia si è dimenticata cosa significhi essere comunità, una comunità civile potrebbe ritrovarsi attorno alla dimensione della Bibbia non come libro sacro, ma come libro culturale.
È importante perché l’Italia vive in un analfabetismo biblico drammatico, a differenza di quello che succede in Germania, Francia, dove c’è una presenza, una conoscenza più diffusa. Ciò che mi ha permesso di titolare il mio recente libro “Teologia per i non credenti” (Laterza) è il desiderio di proporre una lettura della Bibbia un po’ diversa dal solito: emerge soprattutto la dimensione della fragilità nei protagonisti che non sono dei supermen, supereroi, ma gente debole che sperimenta tutta la fatica della quotidianità e ciò ci può far sentire più vicini in questo momento”
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Mi pare che le stia a cuore, come in altri suoi libri, il concetto di “fragilità” di cui l’uomo non ha la consapevolezza…
«Tutto nasce al tempo del terremoto, nel maggio 2012. Allora ho avuto la percezione di come un’esperienza collettiva di quel genere ci facesse toccare con mano tutta la nostra precarietà assoluta. Ho pensato cosa può fare un teologo in questa condizione e ho provato a chiedere, a interrogare altri miei amici di diverse confessioni religiose su questa visione di Dio fragile. Se Dio ci ha fatti, secondo la tradizione cristiana, ad immagine e somiglianza sua, noi che si siamo scoperti anche in quel frangente così fragili, deboli, vuol dire che anche lui è fragile e debole. Così comincio a leggere la Bibbia in questa ottica: non come libro sacro, ma che racconta l’esperienza umana, dell’umanità e pure come libro che educa all’umanità, in un periodo in cui ne stiamo sperimentando la perdita. Avere la consapevolezza della fragilità vuole dire sapersi guardare dentro. E non è facile, perché viviamo una vita talmente frenetica e rapida. Ma se solo ci soffermassimo a riflettere su noi stessi, per meditare, scopriremmo la nostra debolezza e, come nella tradizione cristiana, il nostro peccato. Il che vuol dire fare i conti con i nostri limiti e imparare a conoscerci».
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La Chiesa cattolica cosa deve fare per essere al passo con i tempi?
«Il cardinale Martini, nell’ultima sua intervista, diceva che la Chiesa è in ritardo di 200 anni dalla storia ed è difficile valutare questi tempi. Non è solo un problema di ammodernamento esteriore. Credo che la Chiesa debba svolgere il proprio mestiere che è quello, dice il Concilio Vaticano II, di porsi come segno di come ci si converte a Cristo, e di testimoniarlo con il proprio stile di vita».
Qual è la funzione del teologo?
«Nella tradizione italiana teologo vuol dire prete. Oggi ci sono anche i laici. È una funzione importante: è colui che, secondo S. Anselmo d’Aosta, opera nella fede che cerca un logica, una razionalità, un modo di dire plausibile. Deve fare un’operazione di traduzione, di inculturazione della fede, dei vangeli, della scrittura, in una cultura che egli vive. È quanto ha fatto Tommaso d’Aquino».
È sempre più difficile il dialogo interreligioso e interculturale?
«No. Credo che sia una scoperta relativamente recente per la chiesa cattolica e non solo. Per 19 secoli il criterio dei rapporti con le altre religioni e culture è stato sempre che “fuori dalla chiesa non c’è salvezza”. Solo nel Concilio Vaticano II la chiesa prende sul serio questa tema su cui investire. Oggi ci sono anche spinte che vanno in direzione decisamente opposte. Quando vince la paura, il timore, si punta non sul dialogo ma sulla chiusura».
La situazione politica attuale ostacola questo incontro?
«La situazione politica internazionale è fatta da persone (Trump negli Stati Uniti, Putin in Russia ) che sono andati al potere con la prospettiva di fornire una sicurezza identitaria, nell’illusione di rimanere intoccati dalla globalizzazione dei cambiamenti. È ciò che sta succedendo anche in Italia, in paesi dell’Est. C’è l’illusione che chiudersi a riccio e erigere muri sia la risposta ad una situazione complessa, difficile».
Quali le figure fondamentali dell’ecumenismo?
«L’ecumenismo è una realtà che fa riferimento al congresso missionario di Ediburgo del 1910. Per parlare di un progenitore, di uno delle nostre parti, di cui mi vanto, ricordo Pico della Mirandola, il primo che ha ipotizzato alla fine del ‘400 l’idea di un mega convegno, di un’assemblea ecumenica con i rappresentanti di tutte le religioni mondiali. In questo secolo tanti: una donna ancora in vita, inventrice del dialogo in Italia, è la veneziana Maria Vingiani che negli anni 50, con un coraggio assoluto, va a vedere le liturgie dei protestanti e mette su una struttura straordinaria. Oggi la situazione non è negativa, con una spinta forte che ci viene anche da Papa Francesco che dice “camminare insieme”».
Cosa dà valore, importanza alla vita?
«l valore della vita è la lotta, la consapevolezza che la lotta è una cosa da affrontare con coraggio, umiltà per l’umanizzazione della vita, perché la vita abbia una serie di punti di riferimento che sono la dimensione della pace, la giustizia. E senza essere grandi uomini, donne, o premi Nobel».
Tra i tanti interessi di intellettuale poliedrico anche la musica, il fumetto e la cultura popolare. Si è interessato di cantautori come Leonard Cohen, Fabrizio De Andrè, Guccini. Perché la scelta di questi tre? Mi pare che abbia proposto di portare i testi di Guccini nelle scuole.
«L’interesse di tante cose nasce dalla passione che danno senso alla vita. La musica, in particolare, che è l’arte che penetra di più. Ho una colonna sonora quotidiana: ascolto musica o canto. Ho suonato (tastiere, chitarra…) per 25 anni con il gruppo “Gerusalemme Liberata” e abbiano girato dappertutto, tra feste dell’Unità e sagre parrocchiali. Guccini è una passione per la vita. Lo stesso vale per De Andrè. Cohen è ebreo, ha scritto anche poesie che con Semellini abbiamo tentato di leggere in chiave biblica. I testi di Guccini sono già a scuola. In questo periodo faccio un seminario di teologia e letteratura che ho trasformato in teologia, musica e letteratura. Di recente abbiamo analizzato “Dio è morto”».
Con Semellini è autore anche di “Quei gran pezzi dell’Emilia Romagna. Una terra di musiche, cantanti e canzoni”…
«Abbiamo avuto anche molto coraggio. Scrivere un’enciclopedia (400 pagine) sulla canzone emiliano-romagnola ci hanno presi per matti. Venti capitoli divisi per segmenti di musica. Questa regione è di gran lunga la più ballerina, canterina».
Ha scritto anche “Il Vangelo secondo i Simpson”…
«Il Vangelo dei Simpson è molto serio. L’ultima mia partita di pallone è nel 1999, perché mi sono rotta una gamba. Costretto in casa, ho cominciato a vedere i Simpson che mi facevano ridere. Ho segnato tutti gli indizi che rimandavano alla loro attenzione al discorso religioso, a messaggi interessanti, tra cui quello legato al dialogo concreto interreligioso».
Le piace la definizione di “teologo pop”?
«Sì, perché significa teologo popolare. Se si sta nella famosa torre d’avorio e si parla con i quattro amici al bar vuol dire poco. È bene declinare la ricerca di Dio in ambiti diversi della cultura popolare».
È stato anche assessore alla Cultura a Carpi. Rifarebbe un’altra esperienza politica?
«È stata una esperienza, dal 1995 al 2004, più che positiva, straordinaria. Sono contentissimo. In primo luogo perché mi sono innamorato della mia città. Con il sindaco Demos Malavasi abbiamo puntato agli istituti culturali: dalla sistemazione della Biblioteca per ragazzi “Il falco magico” ai nuovi Musei e alla Fondazione Fossoli. Adesso non farei un’altra esperienza, perché fuori tempo massimo. Credo tocchi ai giovani».
È allettante la situazione culturale oggi?
«Investiamo ancora molto poco in cultura negli ultimi 25 anni. C’è un disprezzo generale per la cultura. Già nel 1996 Gaber cantava “e pensare che c’era il pensiero”. Necessario un investimento a lungo termine per ricominciare. Della nostra regione, in rapporto alle altre, non ci si può lamentare. Abbiamo delle eccellenze (Festival Filosofia, Poesia…). La domanda è “cosa stiamo seminando per il futuro?”. Intanto togliamo risorse alla scuola, alla cultura. E i tagli sono sempre quelli…».
Suo anche il libro “Un tempo per tacere e un tempo per parlare”. Non le sembra che si parli molto e si taccia poco?
«È la citazione di un libro biblico che adoro. Vero che oggi si straparla. Sarebbe opportuno pensare due volte, prima di parlare. Vale per la politica e per tutti. È bene riscoprire il valore del silenzio, il momento in cui sei solo con te e ti guardi dentro. Ciò farebbe bene a tutti». —
Michele Fuoco
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