Gazzetta di Modena

Modena

Il maxi condannato e gli affari nella Bassa

Valentina Corsini

Michele Bolognino, l’uomo-ombra che presidiava i cantieri di Bianchini nella ricostruzione. Per lui 38 anni di reclusione

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La condanna record, tra quelle comminate dai giudici nell’aula bunker di Reggio, è toccata a Michele Bolognino, riconosciuto elemento di spicco della cosca cutrese insediata in Emilia. Calabrese trapiantato nel reggiano dopo anni di carcere per associazione mafiosa, era accusato di aver portato l’ndrangheta nella ricostruzione post sisma del modenese tramite i suoi operai. Imposti nei cantieri di Augusto Bianchini, l’imprenditore edile di San Felice che è stato a sua volta condannato a 9 anni e 10 mesi.

Sono trentotto anni gli anni di reclusione complessivi inflitti a Bolognino. Una vera stangata: 17 anni e 4 mesi in abbreviato e 20 anni ed 8 mesi in ordinario. Innumerevoli i capi di condanna per lui - ritenuto all’inizio del processo braccio destro in terra emiliana del superboss di Cutro, Nicolino Grande Aracri - il più grave quello per associazione di stampo mafioso. Da Bianchini aveva portato a lavorare pure il genero di Nicolino. Anche se, per alcune imputazioni inerenti ruoli organizzativi, va detto che è stato assolto. Come assolto per alcune intestazioni fittizie di locali e ristoranti.



A Bolognino sono state confiscate: una Bmw serie 1, una Fiat Punto Evo (intestata formalmente a Carmen Vrabie), una Volkswagen Golf e una moto Harley Davidson (formalmente intestate a Bolognino Domenico) ed una Volkswagen Polo (formalmente intestata a Bolognino Catianna). Confiscati poi cospicui conti correnti e polizze, ed anche alcuni terreni ed immobili. Un terreno ed un immobile a Crotone, mentre altri immobili a Montecchio. Base “operativa” emiliana dove Michele intratteneva affari - si ricorderà il “famoso” capannone dove riceveva gli operai di Bianchini - e da cui muoveva i fili di affari che arrivavano ben oltre Reggio.



Assolti entrambi per i reati legati all’ambiente - la contaminazione dell’amianto di alcuni siti e terreni - a Michele Bolognino ed Augusto Bianchini sono stati invece riconosciuti quelli inerenti al caporalato. Ossia l’impiego abusivo degli operai e del loro relativo sfruttamento che Bolognino aveva condiviso con Bianchini nei cantieri della ricostruzione post sisma della Bassa. Senza che l’imprenditore si fosse premurato di mettersi in affari con Bolognino che, fin dagli anni 90, era già noto per anni di carcere scontati a seguito di reati quali associazione mafiosa, droga, armi e ricettazione. Un excursus criminale di cui Bianchini, come ha sempre sostenuto durante il processo, al momento dell’impiego degli operai non era al corrente.



A parlare per Bolognino il suo legale, Carmen Pisanello, una delle più presenti in aula durante tutte le 195 udienze del maxi processo Aemilia: «Continueremo a lottare perché venga riconosciuta l’innocenza del mio cliente, soprattutto nei riguardi dei lavoratori. Non ha mai compiuto nessuna estorsione nei loro confronti. L’avevamo dimostrato con le testimonianze dei presunti estorti, che erano da tanto tempo dipendenti di Bolognino, e che avevano negato l’estorsione. E dopo la lettura del dispositivo cercherò di fare chiarezza anche sul perché è stata inflitta una pena così pesante, nonostante le assoluzioni su capi importanti. Ricorreremo in appello». —

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