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daghio morto a 49 anni dopo un incontro 

«Christian era un guerriero sul ring» Ma in Italia non avrebbe potuto battersi

Giovanni Balugani
«Christian era un guerriero sul ring» Ma in Italia non avrebbe potuto battersi

Il ricordo di Lanci (Shoot Team): «Match duro ed estenuante». In Thailandia controlli meno rigidi dei pugili over 40

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La morte di Christian Daghio poteva essere evitata? L’arbitro o gli allenatori, avrebbero dovuto interrompere il match?

Domande che molti si sono posti ripensando alla tragedia del 49enne originario di Sant’Antonio in Mercadello, scomparso due giorni fa in seguito alle lesioni rimediate nell’incontro di pugilato disputato il 26 ottobre in Thailandia.

«Vedendo le immagini del match, non c’erano i presupposti per interromperlo». A dirlo è Emiliano Lanci della Shoot Team Academy di Modena, palestra specializzata in sport da combattimento.

«Conoscevo Christian - prosegue Emiliano -, una persona che aveva l’entusiasmo di un bambino e che aveva sempre voglia di fare e di cimentarsi in nuove sfide». Come quella che, dopo la soglia dei 40 anni, lo ha spinto a passare al pugilato dopo una carriera nella Thai Boxe, in cui aveva conquistato anche sette titoli mondiali: «Sono due discipline differenti. Nella Thai si possono usare pugni, calci, ginocchiate e gomitate. Nella boxe solo pugni ed è chiaro che nel secondo caso la maggior parte dei colpi raggiunge l’avversario al capo».

Proprio una violenta serie di colpi al volto sferrati dal 37enne Don Parueang alla dodicesima ripresa hanno mandato al tappeto Christian: «Un match duro, con colpi duri - sottolinea Emiliano - ma che si vedono anche in altri incontri. È chiaro, però, che il combattimento sulle 12 riprese per un atleta di 49 anni comporta uno sforzo fisico notevole. Oltre a perdere lucidità da un punto di vista mentale e quindi dei riflessi, il corpo entra in uno stato di affaticamento tale per cui aumenta la vulnerabilità e la probabilità di accusare traumi gravi».

Si trattava - va ricordato – di una sfida tra due professionisti. Ma disputato in Thailandia, dove le regole sono molto meno ferree rispetto all’Italia. Nel nostro Paese il passaggio al professionismo avviene solo dopo aver perfezionato uno score tra i dilettanti e aver superato rigide visite mediche. Visite che si fanno molto difficili da passare dopo i 40. Christian, quindi, in Italia probabilmente non avrebbe mai ottenuto la licenza per combattere come professionista. Ma lui era un leone e non riusciva a stare lontano dal ring: «Lo ricordo nei combattimenti di Thai Boxe - dice Emiliano - Era un duro e come diciamo noi un fighter vero. Che come nella vita dimostrava un entusiasmo incredibile e una grande determinazione. Christian era un guerriero». —



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