Modena. Libri/ Carlo Altini, un saggio per smascherare il falso mito del progresso
«L’innovazione scientifica e tecnica dei nostri giorni è del tutto svincolata dal progresso morale e politico» Il volume edito da marietti 1820
Si può parlare di progresso nella nostra epoca? Un tema su cui riflette, nel saggio “Le maschere del progresso” (Marietti 1820), Carlo Altini, professore di storia della filosofia all’Università di Modena e direttore scientifico della Fondazione Collegio San Carlo, che ci porta a capire come si sia sviluppata la cultura moderna tra XVI e XX secolo.
Su cosa si fonda il progresso?
«L’idea di progresso risale all’epoca greca e romana. Ma il progresso, come noi lo concepiamo, nasce tra il 500 e il 600, con l’idea che progresso scientifico e tecnologico da un lato e quello morale e politico dall’altro camminano insieme. I filosofi del 600, come Francis Bacon, pensano che alla crescita della conoscenza corrisponda un incremento della libertà politica e civile».
Quanto è importante è il sapere, la cultura?
«Per i grandi filosofi, tra cui Voltaire, Kant, Hegel, Compte, il tema della cultura, in senso morale, è centrale. A loro interessa il percorso di perfezionamento che gli uomini fanno, con il sapere, su loro stessi e sulla civiltà. L’idea è di camminare verso un miglioramento delle condizioni umane».
Quando si afferma l’idea di progresso?
«Ciò che vediamo oggi non è progresso ma innovazione. ll grande sogno della filosofia moderna è quello di costruire un cammino dell’umanità progressivo. Nel 900 questo percorso si interrompe: da un lato le guerre, i totalitarismi, il pericolo atomico, le questioni ambientali mettono in crisi l’idea di progresso; dall’altro, negli ultimi tempi, si osserva che l’innovazione scientifica e tecnica è completamente svincolata dal progresso morale e politico. Nella parola innovazione il contenuto morale e politico è inesistente e lo vediamo nei paesi dell’estremo Oriente, come la Cina, dove ad un’innovazione scientifica e tecnica prorompente non corrisponde un progresso delle libertà civili e politiche. Innovazione vale in quanto tale, ma il nuovo può essere anche peggio di ciò che c’era prima».
«Certamente nell’Ottocento, quando la borghesia giunge a costruire un mondo diverso da quello dell’Ancien Régime. Londra e Parigi vengono trasformate urbanisticamente. La borghesia incomincia ad andare a ristorante, teatro, cinema, per la maggiore disponibilità economica e libertà civili e politiche».
Oggi in che fase siamo?
«Viviamo nell’epoca del dominio delle innovazioni tecnologiche che pensano solo al progresso scientifico e non a quello civile e morale. Aumenta il PIL mondiale e con esso le diseguaglianze. Non significa che a fronte di una maggiore ricchezza ci sia una maggiore libertà».
Cosa manca in Italia per poter parlare di progresso?
«La qualità della vita non è legata solo alla ricchezza economica ma pure a fattori di socialità e culturali che spingono verso le libertà civili, cittadinanza, educazione… Sono gli aspetti che ci mancano. Siamo troppo legati ad aspetti quantitativi».
In quale Paese è di casa il progresso?
«Siamo diventati più egoisti rispetto al passato, forse a causa della crisi economica e di un cambiamento culturale. È la Germania il paese, forse, in cui si afferma maggiormente il concetto di progresso, perché grazie alla tradizione dei doveri vive l’idea che il servizio alla collettività è un servizio dovuto da ogni cittadino. L’idea di solidarietà, di legame sociale, è ancora abbastanza presente». —
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