Piacentini è tranquillo e accusa la burocrazia
«Siamo vittime di una crisi finanziaria, abbiamo tanti lavori il problema sono le commesse che non ci vengono pagate»
«La nostra è una crisi finanziaria - spiega Dino Piacentini, presidente della Piacentini Costruzioni, importante azienda di Palagano e Montale sottoposta a un concordato con riserva - e non certo di lavori da eseguire. Il problema è la burocrazia, le commesse decise anni fa e ancora non pagate. Abbiamo comunque commesse in Brasile, Albania, Libia, sbloccate ora per 70-80 milioni di euro di lavori».
Il numero uno della azienda edile e delle infrastrutture nata nel 1949 interviene dopo che il giudice delegato del tribunale di Modena Pasquale Liccardo ha avviato le procedute legali legate alla ristrutturazioni del debito con le banche di Piacentini costruzioni.
«Nello scorso luglio - continua Dino Piacentini - abbiamo presentato alle banche nostre debitrici una prima bozza di piano per ristrutturare il nostro debito nei loro confronti. Debito che, lo ricordo, non riguarda fornitori o terzi, ma appunto solo gli istituti di credito. Abbiamo tempo fino al 27 dicembre per definire gli accordi ed è stato nominato un tecnico sopra le parti, di fiducia delle banche stesse, per discutere nel merito dei numeri e arrivare a un nuovo accordo. Questo periodo di tempo del tribunale è quello che in gergo si chiama ‘passerella’».
Piacentini dirige una azienda fondata da Stefano Piacentini e oggi portata avanti da Dino insieme ai fratelli Maurizio (amministratore delegato) e Giovanni, ex giocatore professionista: nel 2019 l’impresa compirà 70 anni di attività e nel 2017 ha avuto un fatturato pari a 88 milioni di euro. Il problema, come evidenzia il tribunale nella sua relazione riguarda quattro commesse del 2014 in Albania, Libia, Brasile e Italia non ancora pagate per un controvalore di 113 milioni di euro.
«In parte - continua Dini Piacentini - queste commesse le abbiamo recuperate per circa l’80% del valore, appunto pari a 70-80 milioni. Certo la burocrazia in Italia è drammatica, come sperimentiamo ad esempio nelle commesse per la Cispadana, la Campogalliano-Sassuolo e per una attività in Sardegna».
L’imprenditore conclude amaro: «La nostra azienda comunque non lascia l’Italia e non lascia Modena anche sei i miei figli si sono un po’ stancati. Il mercato interno, con i problemi che le ho sintetizzato, è oggi per noi solo il terzo: su un fatturato del gruppo pari a 88 milioni di euro, l’Italia ne porta infatti appena 18 milioni. Ma cosa facciamo? Chiudiamo Modena dove lavorano 90 persone, quindi novanta famiglie?».
C’è tempo un mese e tre settimane per scongiurare tutto ciò. I lavori del resto sono tantissimi, attualmente siamo a un controvalore pari a 180 milioni cui se ne aggiungono altri 500 in forma consortile in giro per il mondo. —
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