Pederzini, una vita a ricostruire le ginocchia degli sportivi
Il direttore del Reparto di Ortopedia in un convegno ha ripercorso la sua carriera 23mila interventi ai legamenti e 2mila per traumi al gomito
Organizzato dall'ospedale di Sassuolo si è tenuto negli spazi di “Florim Salute e Formazione” un nuovo appuntamento con gli “Incontri della salute”. Il tema della serata, questa volta, è stato “L’evoluzione della traumatologia dello sport e dell’artroscopia”, trattato per l’occasione dal direttore del reparto di ortopedia artroscopica e traumatologia del nosocomio cittadino, Luigi Pederzini; affiancato come di consueto dalla collega di cardiologia e responsabile del progetto Marcella Camellini. Il dottor Pederzini, che in materia è uno dei medici più conosciuti a livello internazionale, con un’esperienza chirurgica che vanta 23mila ricostruzioni legamentose di ginocchia e 2mila interventi al gomito, oltre a diverse pubblicazioni su riviste nazionali e non in tema di artroscopia del polso, del gomito e del ginocchio, ha fatto un excursus della storia delle discipline. «Mi occupo di artroscopia – ha affermato – da ormai 35 anni, così come delle modalità da usare per curare gli atleti. I traumi derivati dallo sport sono molto frequenti nella quotidianità e stasera abbiamo cercato di dare delle spiegazioni partendo dalle basi storiche. E non posso non iniziare parlando di un canadese, Robert Jackson, che è stato il mio maestro. Lui è stato il primo uomo nel mondo occidentale a praticare l’artroscopia, ovvero quei “buchini” che si fanno nelle ginocchia, nei gomiti e nelle spalle e che hanno sostituito i grossi tagli”. Parlando invece di come gli atleti possono effettivamente superare i traumi, secondo il medico è fondamentale effettuare un distinguo tra gli atleti professionisti e quelli amatoriali. «In realtà – ha spiegato – gli interventi che vengono fatti sono gli stessi, ma cambia moltissimo il modo di seguirli e di prepararli all’operazione. È ovvio che chi ha interessi economici maggiori e responsabilità sportive cerca il meglio a livello di organizzazione e tempistiche. In Italia, al contrario degli Usa, non siamo molto avanzati in materia, e per questo è necessario assumere un comportamento diverso con gli atleti professionisti perché per loro una pausa di 10 giorni è già una perdita in fama, qualità e guadagno. In questi anni abbiamo avuto la fortuna di operare atleti molto famosi in Italia, e ciò ci ha permesso di constatare che seguendoli con estrema attenzione e riproponendo loro durante la riabilitazione il gesto sportivo che fanno, sono riusciti ad ottenere risultati migliori e a tornare sul campo prima». —
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