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Cambia/menti Né mammi né super-mamme Solo genitori che amano i loro figli

Antonella Zecchi
Cambia/menti Né mammi né super-mamme Solo genitori che amano i loro figli

È ancora molto il lavoro da fare per una genitorialità consapevole  Lo spiega P. McHale in un suo libro  

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Si legge, in alcuni articoli di cronaca, che oggi i padri amorevoli sono definiti “mammi”. Questa è una etichetta impropria figlia di un certo linguaggio deteriore che generalizza e disprezza quei padri che intendono essere presenti e partecipi alla vita psico-emotiva dei propri figli. I bambini hanno bisogno di cure adeguate in termini di sensibilità e disponibilità emotiva ed è in forza di questo che si rappresenteranno internamente l'altro come “oggetto” affidabile e disponibile e costruiranno una immagine di sé stessi come meritevole di amore e di quelle cure a cui sono stati soggetto.

Quasi tutto nella costruzione dell’identità dei figli parte da qua e non fa differenza se a prendersi cura, crescendoli con amore, è stato un padre, una madre biologica, una madre adottiva o entrambi i genitori. Occuparsi dei propri figli non fa di un uomo un “mammo”, e nemmeno suggerisce insicurezze riguardo la personale virilità.

Questa espressione pregiudizievole nega in realtà qualcosa che è naturalmente connaturato alla nostra specie. Prendersi cura della prole è un comportamento che fa parte del nostro registro interno come umani e solo le necessità, all’inizio, e la cultura con i suoi condizionamenti, poi, hanno assegnato ruoli in modo stereotipato.

Molte culture tengono ancora poco in considerazione l’aspetto di squadra co-genitoriale. La difficoltà ad accogliere questo nuovo modello di padre, che tante neo-madri in realtà desiderano, può quindi essere dettato da una cultura che ancora oggi si basa sul mito del materno esclusivo ed autosufficiente. Da una parte si osserva ancora da parte dei padri una presenza periferica con i figli, e dall’altra, madri che identificandosi quasi interamente nella maternità non vogliono interferenze.

C’è molto lavoro da fare ci dice James P. McHale in “La sfida della co-genitorialità” per avvicinarci e soddisfare le reciproche aspettative, certamente quello di costruire un nuovo pregiudizio non ci aiuterà. —

Antonella Zecchi
 

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