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San Felice, il Genio fa saltare la bomba: è la liberazione di San Felice

Alberto Setti
San Felice, il Genio fa saltare la bomba: è la liberazione di San Felice

Alle 14.14 la terra trema in zona Lumachina, ma stavolta è andato tutto bene. Le 800 famiglie riammesse a casa dopo l’operazione dei guastatori dell’Esercito 

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SAN FELICE. Ore 14.14 di ieri, domenica primo dicembre, azienda agricola San Giuseppe di Via Scala, a Rivara. Un fungo di terra vince la gravità alzandosi per 20 metri, mentre la terra trema per alcuni secondi, sotto i piedi degli artificieri piazzati a 300 metri di distanza. Una sensazione ben nota da quelle parti. Ma stavolta è il segnale di una liberazione, con la elle minuscola.

Perché la bomba sganciata sulla stazione ferroviaria di San Felice da un Thunderldold americano o da un suo più robusto simile è giunta a compimento. Fallì la sua missione di morte e di distruzione, nel mondo in guerra di 74 anni fa. In un mondo nuovo, è stata fatta brillare dall’Esercito italiano, al termine di una operazione spettacolare.

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Quasi duemila persone evacuate per una intera mattina, quasi quattromila obbligate in casa e a non circolare, trecento tra militari, personale civile e volontari impegnati nel presidio della zona off limit e nell’assistenza alla popolazione.

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Una macchina perfetta, specie quella degli artificieri del Decimo Reggimento Genio Genio Guastatori di Cremona. La bomba l’hanno inertizzata, despolettandola con una tecnologia all’avanguardia e l’hanno trasportata e seppellita in via Scala. Dove, al comando del tenente Domenico Palma, l’artificiere ha spinto il pulsante del detonatore radio. Ponendo fine ad un “incidente” aperto un mese fa, quando durante gli scavi l’ordigno - 500 libbre di peso - è stato scoperto, in un cantiere delle ferrovie adiacente alla linea del Brennero.

«È possibile che sia stata sganciata troppo in basso, cosicché non ha fatto in tempo ad armarsi - ha spiegato il capitano Antonio Asciolla del Decimo Guastatori - Oppure, più improbabile, che l’aereo al termine della missione e chiamato a rientrare abbia voluto liberarsi del peso...».

L’operazione è stata eseguita dal caporal maggiore Francesco Brugattu, esperto nella “demolizione” di ordigni da guerra, anche nelle guerre contemporanee di Afghanistan e Irak, Balcani e Libano.

«È andato tutto bene, viva San Felice», ha chiuso con un sorriso il colonnello Giovanni Brafa, elogiando i suoi militari che con il metal detector cercavano nei campi eventuali schegge sfuggite al sarcofago di terra. L’ultimo atto di una giornata preparata nei dettagli per giorni, ed iniziata ieri mattina alle 7, con l’evacuazione dalla “zona rossa”.

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Tutto si è svolto con grande regolarità, anche se qualcuno è riuscito a sfuggire alla pur fitta rete comunicativa. Come quattro operai di una ditta edile, “caduti dalle nuvole” e recuperati in pieno centro dai Servizi sociali del Comune. Così dicasi di un paio di anziani a passeggio, e di qualche “domenicale” che si è scoperto clamorosamente solo nel deserto tra le case e che, alla vista dei posti di blocco che presidiavano l’ingresso al paese, ha capito l’esatto contrario. Rientrandoci, in paese. Vabbè...

Nel centro civico di San Biagio, a governare a distanza la grande macchina organizzativa c’era la Prefettura, con la dottoressa De Angelis, assieme ai vertici delle istituzioni modenesi e locali, con un ruolo importante per le signore, tra cui la dirigente del Commissariato, Daniela Braida, e la comandante provinciale dei vigili del fuoco, Marisa Cesario.

Fino al suono delle sirene e al messaggio inviato dal Comune ai telefonini degli sfollati. Missione conclusa, potete tornare a casa. —
 

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