«Mi picchiava per i soldi da giocare alle slot Per le botte ho abortito»
CASTELFRANCO. «Ho provato a dargli qualche altra possibilità, ma non c’è stato verso: per me erano solo botte, anche davanti a nostro figlio, perché lui voleva i soldi da andare a giocare nello slot».
Due anni di convivenza – prima a Castelfranco («A casa di sua madre») poi a Scandiano (Reggio) – finiti in un’aula di tribunale. Lei ha ora 26 anni e le sue ripetute denunce per maltrattamenti hanno messo sotto processo l’ex compagno, da cui ha avuto un figlio. Si è costituita parte civile tramite l’avvocato Vittorio Spagni e ieri nella sua deposizione – davanti al giudice di Reggio Antonella Garcea – non tradisce emozione, bensì il desiderio di spiegare bene quanto le è accaduto. L’ex convivente non è presente, comunque rappresentato dal difensore. Sollecitata dalle precise domande del pm onorario Eletta Sassi, la 26enne ha parlato di botte – anche durante la gravidanza – che l’hanno costretta a medicazioni al pronto soccorso, ma anche del tentativo che fece per far uscire dal vizio del gioco il padre di suo figlio: «Mi ero rivolta ad un centro specializzato, ma non ne ha voluto sapere». All’inizio del rapporto gestiva un negozio di alimentari a Sant’Agata Bolognese: «Lui non lavorava, ma a fine giornata si impossessava dell’incasso per andarselo a giocare alle slot». Il 26 aprile 2013, incinta di tre mesi, era finita al pronto soccorso dell’ospedale di Scandiano: «Mi aveva spintonato per prendermi i soldi e poi giocarseli». A un certo punto lei ha detto “basta” ed è tornata dai genitori. «Poi mi sono fatta convincere dalle sue promesse, diceva di essersi pentito, invece poi riprese a mettermi le mani addosso per i soldi». Un’escalation fatta di pugni in testa, un coltello mostrato per spaventarla, offese continue, sino al 31 luglio 2014 quando ancora una volta l’approdo al pronto soccorso è stata l’amara conclusione dell’ennesimo litigio. «Quel giorno mi ha buttato giù dalle scale, perché per l’ennesima volta voleva i soldi che tenevo addosso. E mi ha rotto il telefonino in testa, togliendomelo di mano mentre stavo cercando di chiamare mia sorella in aiuto». In questo vortice di maltrattamenti, la giovane ricorda anche le minacce di sottrarle il figlio, l’auto che non le voleva più restituire («Sono poi intervenuti i carabinieri»), persino un aborto («Mi aveva picchiato e non sapevo di essere incinta di un secondo bimbo»). Sentite anche la madre, la zia e la sorella della 26enne che hanno assistito ad alcuni episodi. Si torna in aula in aprile.—
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