La lotta a Cosa Nostra e le infiltrazioni al Nord raccontate da Guarnotta
MARANELLO. Il più grande processo penale mai celebrato al mondo, 19 ergastoli e pene detentive per un totale di 2665 anni di reclusione nel processo di primo grado: condanne poi quasi tutte confermate dalla Cassazione. Ben 475 imputati, e circa 200 avvocati difensori: questo, in numeri, il “Maxiprocesso di Palermo”, che ebbe luogo dal 10 febbraio 1986 al 30 gennaio 1992. I numeri sono tanti, certo, ma fondamentali, in quella che risultò essere la prima vittoria dello Stato contro Cosa Nostra, furono le persone. Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe di Lello e Leonardo Guarnotta: furono loro ad istituire il maxiprocesso. Il Magistrato Guarnotta, ex presidente del Tribunale di Palermo, ieri mattina ha portato la propria testimonianza a Maranello, all’Auditorium, in cui ha parlato ai ragazzi delle scuole della sua storia, che «non è la storia romanzata che si vede nei film, docufilm, e fiction dedicati al tema mafia, o a Falcone e Borsellino. Quelle sono storie solo parzialmente vere. Fino alla fine degli anni ‘70, si diceva che la mafia non esisteva, si diceva che fosse solo un’invenzione giornalistica o un’invenzione del Partito Comunista per screditare la Democrazia Cristiana». Il magistrato ha raccontato del Pool Antimafia, di cui lui entrò a far parte nel marzo 1984: «È stata un’esperienza che ci ha arricchito dal punto di vista professionale e segnato dal punto di vista umano. Volevamo liberare la Sicilia, un paese traumatizzato, violentato e ferito dalla criminalità organizzata». Teatro di quegli anni fu sicuramente il “bunkerino”, un corridoio stretto, con poche stanze, tra cui gli uffici di Falcone e Borsellino. Guarnotta ha ricordato quelle giornate trascorse senza vedere la luce del sole, giornate che, spesso, terminavano in tarda serata, e allora Giovanni diceva: «Leonardo, si è fatto tardi, leviamo il disturbo allo Stato». La mafia, sostiene il magistrato, non è esclusivamente un problema meridionale, ma riguarda tutte le regioni, specialmente quelle più ricche come l’Emilia Romagna: in questi territori, i mafiosi, «non usano la violenza e l’intimidazione, ma si insinuano nelle aziende e nelle imprese in difficoltà.» Tanto il coraggio necessario oggi, come allora, come tanto fu il sacrificio: «Ma il nostro sogno era quello di poter dare un domani migliore ai giovani». —
S.P.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
