Gli antichi greci e latini e la ricerca della felicità
Gli antichi greci e latini possono insegnarci come raggiungere la felicità?
Sì, afferma Davide Susanetti, docente di Letteratura greca presso l’Università di Padova, che ha presentato al Liceo Classico e Linguistico Muratori San Carlo il suo ultimo libro, “La felicità degli antichi” (Feltrinelli).
Dialogando con gli studenti, il professore ha ribadito l’importanza che lo studio e la riflessione sui testi classici può avere ancora oggi, perché «essi creano una discontinuità ovvero inducono a sperimentare forme diverse di percezione della realtà e di modi di vivere. Infatti solo uscendo dagli schemi si può arrivare alla conoscenza di se stessi e alla comprensione di cosa sia la felicità per ciascuno di noi».
Ma oggi la felicità è spesso individuata nell’ostentazione della ricchezza: si può essere felici anche senza mostrarlo? «La felicità mostrata dagli influencer è solo un mezzo pubblicitario per vendere prodotti. Gli antichi invece non si ponevano il problema di mostrare la felicità: essa era la centratura di un equilibrio interiore e una condizione di autosufficienza. L’individuo felice è distante dalla corrente comune nella quale è immersa la maggior parte delle persone».
Nessuno degli autori antichi citati nel saggio allora avrebbe avuto followers su Instagram? «Nessuno, data la complessità del loro pensiero. Tuttavia Epicuro è il filosofo che attualmente suscita una adesione più immediata. La sua “Lettera a Meneceo” è stata il punto di partenza del mio libro».
La felicità allora è una domanda che dobbiamo porre a noi stessi e, per formularla correttamente, possiamo chiedere consiglio ai sapienti antichi. —
Chiara Mattioli
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