Mammut, prima di Caliendo impianti regalati alla città
L’ex presidente Livio Selmi: «La piscina nel ’61 fu scavata con vanga e badile Poi uno sviluppo rapido, centinaia di soci, campi da tennis e per sette sport»
Un pioppeto tra una stalla e una casa colonica in mezzo ai campi, dove lo scavo per la prima, piccola piscina, venne effettuato nel 1961 da Angelo Damen e i suoi amici, tutti ventenni o poco più. Di lì è nata la storia del Mammut Club, oggi chiuso con i sigilli e sotto la lente della magistratura che ha decretato il fallimento anche del club che gestiva gli impianti.
Per la gestione targata Caliendo, che con una manovra a tenaglia nel 1992 ne assunse il controllo, è il capolinea.
Per le migliaia di persone che per i primi tre decenni ne hanno animato corsi e attività sportive è uno smacco. Ma per Livio Selmi, colonna portante e co-fondatore del Mammut Club dal 1963 al 1992, i sigilli sono una ferita al cuore. Quando il vecchio direttivo della cooperativa i e i 470 soci furono costretti a passare la mano, il nuovo proprietario ottenne non solo la proprietà piena dei 35 mila metri (ovvero sette campi di calcio) dell’area che prima erano in diritto di superficie, alla pari di quelli delle vicine villette e palazzine di edilizia pubblica, ma anche molto altro. I nuovi 12 soci della rinnovata cooperativa, tutti legati a Caliendo da vincoli societari e famigliari, si ritrovarono 6 campi da tennis, altri da bocce, un campo di calcio più un per calcetto, la palestra superattrezzata, un campo da squash, la pista di pattinaggio, la piscina con misure da gara. E poi tensostruttura, uffici, il magazzino, un bar con ristorante e annessa sala ricreazione.
«Quando si partì nel ’61 le sponde della piscina erano inclinate come una grande “V” perchè con zappe, badili e vanghe fu una fatica enorme ricavare uno spazio profondo in terra - racconta oggi, con malinconica ironia - Eppure quella vasca era la terza a Modena dopo quella delle Dogali e quella dell’Accademia, solo per i cadetti; non c’era altro e subito fu un successo. In breve arrivarono le sdraio e i primi due campi da tennis, in terra battuta, i piccoli tornei. La fase della piscina fu veramente avventurosa perchè l’acqua veniva ricavata da un pozzo artesiano a poca distanza dalla casa dei proprietari e alimentata dalla falda con una pompa che funzionava grazie al motore riciclato di un Maggiolino Volkswagen. Due anni dopo furono aggiunti i primi due campi da tennis con spogliatoi e campi di volley su cui giocarono le quattro squadre modenesi in serie A. Nel ’68 nasce ufficialmente la Cooperativa Mammut Club che grazie a una convenzione con il Comune ottenne in diritto di superficie 12 mila metri quadrati da unire alla parte di impianti esistenti. Dieci anni dopo gli impianti erano triplicati, grazie anche a un meccanismo amministrativo che dopo fu alla base dello sviluppo di tutte le polisportive. Con l’assessore Ariani il Comune cedeva per trent’anni le aree già espropriate in precedenza, garantendo i mutui del Credito Sportivo a nostro nome. A noi il compito di pagare e lavorare per saldare le rate; pagammo quattro miliardi di lire, senza far pagare nulla ai soci, oltre all’abituale quota annuale e alle tariffe per l’uso dei campi sportivi».
Dieci anni dopo il raddoppio fu fatale: il ricorso di un vicino fermò per un anno i lavori del nuovo capannone e i relativi introiti. Si accumularono sino al ’92 i 350 milioni dei fornitori più i due miliardi del credito sportivo. Caliendo radunò un gruppo di dissenzienti promettendo la soluzione di tutto, prendendo il controllo. E il resto è cronaca. —
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