Gazzetta di Modena

Modena

«Dopo quella violenza non ho più avuto forza per tornare in centro»

Alberto Setti
«Dopo quella violenza non ho più avuto forza per tornare in centro»

Parla l’insegnante aggredita dal profugo poi condannato «Tante falsità e uno choc insuperabile, ho ancora paura»

3 MINUTI DI LETTURA





«Da quel giorno non sono più andata in biblioteca, in centro, non me la sentivo, è stato un trauma troppo importante...». Lei ha trent’anni. Lei è l’insegnante aggredita il 4 agosto il via Bellentanina, in pieno giorno da un profugo 19enne nigeriano ospitato presso un centro parrocchiale a Quartirolo, che ha tentato di violentarla. Lui è stato condannato a 2 anni e 4 mesi, per violenza sessuale. E lei non ha mai parlato finora.

Perchè, prof?

«Mi era dispiaciuto che ci siano state strumentalizzazioni politiche su un episodio di violenza, dopo le dichiarazioni del sindaco»

E perché ora accetta di raccontarla, la sua storia?

«Per me non è piacevole neanche ora raccontare. È un trauma che ti segna profondamente. Anche al processo sono stata zitta. Ma quando in aula ho sentito certe ricostruzioni, mi è sembrato che parlassero di un’altra storia...».

La sua qual è, prof?

«Quella di una donna che non vestiva abiti lunghi, come è stato detto, né provocatori, ma pantaloni lunghi e canottiera, trattandosi del pomeriggio del 4 agosto. Falso che avessi chissà cosa in mano, avevo due libricini e uno zaino in spalla. Stavo andando alla biblioteca Loria, dove per lavoro mi recavo sempre, spesso. Sono stata approcciata da un ragazzo appostato all’angolo della via le cui frasi non erano certo quelle di chi vuol fare una conversazione. Non mi sono neanche girata, ho proseguito sulla mia strada, allungando il passo. Volevo liberarmene ignorandolo, ma lui continuava ad importunarmi, a toccarmi le spalle. Poi mi ha spinto contro un muro, violentemente. Ha iniziato a toccarmi ai seni, ero sotto choc e cercavo di divincolarmi, con la mano che non teneva i libri, urlavo ma non c’era nessuno. Mi ha messo le mani dappertutto, ho trovato la forza di reagire, a calci, pugni, non so. So solo che quando mi sono liberata sono corsa verso la biblioteca, e sono entrata. Ero sconvolta, choccata. Ho detto qualcosa del tipo lasciami stare e una volta dentro sono crollata».

Si è parlato della bibliotecaria, al processo, dove lei era rappresentata dall’avvocato Loris Salvato.

«La verità è che è corsa fuori, ha anche provato ad inseguirlo, ma quello se ne stava andando ostentando indifferenza, ha anche salutato con la mano...».

Parliamo di solidarietà ad una donna che ha vissuto un simile trauma.

«Mah... Solidarietà a parole ce n’è stata. In concreto, mi sono rivolta ad un centro contro la violenza alle donne, che ha sede in via Rainusso, a Modena. E lì di solidarietà ne ho avuta, anche per la decisione di costituirmi parte civile al processo».

Dove la difesa ha detto che l’imputato era incensurato...

«Può essere. A me risulta in realtà ben altro».

Ma lei lo ha mai guardato in faccia, all’udienza?

«Non proprio, non ce l’ho fatta».

Come si sente oggi?

«Oggi ho paura, io abito a Carpi, e anche quella persona ci vive, per quanto al momento sia affidata ad un centro parrocchiale, dove è agli arresti domiciliari. Il fatto è che risulta anche avere violato questa misura del giudice. Temo continuamente che qualcosa possa cambiare, temo di trovarmelo davanti, non ho neppure la serenità di andare da sola, neanche di giorno, in centro città». —

Alberto Setti

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google