Addio a Enzo Guerzoni Lavorò ai missili di Hitler
Entrò ragazzo alla Fiat Grandi Motori, nel 1942 fu arruolato nel Genio Ferrovieri Catturato dai tedeschi nel ’43, partecipò alla costruzione degli aerei a reazione
Ha tenuto dentro le vicende della sua prigionia per tutta la vita. E solo negli ultimi anni, mettendo insieme i ricordi e gli inviti di chi gli era più vicino, ha deciso di scrivere le sue memorie. Con la calligrafia incerta ha messo nero su bianco su fogli a quadretti la storia dei sette italiani che lavorarono alle armi segrete di Hitler, e li ha lasciati alle adorate nipoti. Così, senza saperlo, il modenese Enzo Guerzoni, scomparso tre giorni fa a 95 anni, ha aggiunto nelle sue pagine particolari inediti a una delle vicende più misteriose dell’ultimo conflitto.
Per due anni, da quando fu fatto prigioniero dai tedeschi nell’ottobre del 1943, sino alla liberazione nell’aprile del ’45, Guerzoni ha lavorato come tornitore specializzato alle carlinghe dei primi e aerei a reazione, forse una decina, che la Luftwaffe riuscì a far volare negli ultimi mesi di guerra.
«I tedeschi mi catturarono pochi giorni dopo la resa dell’Italia agli Alleati - racconta Guerzoni nelle sue memorie - Ero nel Genio Ferrovieri, 32esima Compagnia, e già dopo la caduta di Mussolini e il suo arresto nel luglio del ’43 a Roma, dove prestavo servizio con il mio reparto, il clima era teso con i tedeschi.
Ad esempio, mentre noi sorvegliavamo i ponti in ferro vicino alla capitale, non potevamo avere il fucile: loro sì. Fummo tra i primi a correre a Roma, il 19 luglio, in occasione del bombardamento che fece 3.000 morti e 11.000 feriti. E quando il re fuggì verso Brindisi e l’intero esercito italiano restò senza guida, con altri commilitoni decidemmo di tornare a casa, salendo sul primo treno per il nord; a Firenze fummo catturati e spediti in Germania. Ci dissero che ci avrebbero lasciati a Modena: una bugia».
I tedeschi non si fecero scappare quel tornitore giovane e già esperto, richiestissimo nelle fabbriche di armi della Germania bombardata. Il ragazzo cresciuto in campagna a Saliceto Panaro, brillante studente del Corni e apprendista alla Mignon, fabbrica meccanica che fabbricava bossoli, passò ben presto alla Fiat Grandi Motori. A 19 anni fu arruolato e spedito prima a Torino e poi a Bologna nel Genio Ferrovieri.
In Germania è un militare italiano, che rifiuta di arruolarsi nella Rsi, ma è affidabile con le macchine utensili e le sa far funzionare a dovere.
Guerzoni trasformava i pezzi d’alluminio, una lega leggera diventata lo standard in aeronautica, in gusci protettivi per i motori a reazione. Di notte si dormiva nelle baracche, di giorno si lavorava per dodici ore in fabbrica, a turni alterni, senza soste. Dopo un bombardamento più pesante degli altri, i tedeschi spostano tutto nelle viscere delle montagne in Turingia, a non molta distanza dalla città di Jena.
«Il nostro direttore - scrive ancora Guerzoni - parlava bene l’italiano perchè aveva studiato ingegneria a Milano. Noi uscivamo all’aperto quando c’era la partenza di un missile o di un aereo a reazione. Facevano un rumore tremendo e i piloti dei velivoli facevano fatica a guidarli ma in un paio di occasioni ci dissero che avevano abbattuto due aerei americani. Noi fabbricavamo e assemblavamo i pezzi, ma c’erano diverse interruzioni per i bombardamenti che rendevano difficile anche gli approvvigionamenti di materiale». Il 18 aprile del ’45 la fuga, restando una settimana tra i boschi in attesa degli americani. Poi due mesi con i russi e infine il ritorno a Modena a ottobre, riprendendo subito il lavoro alla Fiat. Per questo fu premiato da Gianni Agnelli nell’81 come uno dei più anziani dipendenti Fiat. —
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