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Suor Donata in missione nell’ospedale dei pigmei

Paolo Seghedoni
Suor Donata in missione nell’ospedale dei pigmei

La religiosa comboniana è di Maranello e in questi giorni è a Modena in famiglia «Non stiamo chiusi nella nostra realtà, impariamo da ciò che accade nel mondo»

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Suor Donata Ferrari è sta concludendo una breve vacanza presso i suoi genitori, a Maranello, in attesa di tornare in Africa e in particolare nella Repubblica Centrafricana. La religiosa comboniana in questi giorni è stata protagonista di alcuni incontri di racconto e testimonianza del suo servizio in Africa, dove è già stata 4 anni prima di tornare per tre anni in Italia presso una casa di riposo dell’ordine ad Arco di Trento. Suor Donata, infatti, è infermiera e in Centrafrica ha prestato il suo servizio in un piccolo dispensario.

Perché ha scelto di andare in missione?

«Perché missionaria onestamente non lo so, ma fin da piccola ho sempre pensato e detto che da grande volevo andare in missione. Volevo diventare dottore e andare in missione e onestamente non pensavo di andare missionaria come suora. E’ venuto così e va bene. Anche se non sono dottoressa, sono infermiera».

E’ venuta prima la scelta degli studi o l’ingresso nelle comboniane?

«Prima sono diventata infermiera e ho fatto alcune brevi esperienze, di qualche mese, in Uganda e Zambia. Poi, a 27 anni, sono entrata nell’ordine che è prettamente missionario. Dopo il periodo di postulatrice in Spagna e il noviziato in Ecuador ho imparato il francese e sono andata come prima destinazione come missione in Centrafrica. In un piccolo villaggio, Zomea, presso un dispensario nel sud ovest del Paese. E’ una zona vicino al Congo, nella foresta, dove lavoriamo in particolare con il popolo dei pigmei della popolazione Aka. I pigmei sono molto poveri, vivono di quello che dà la foresta, dei frutti, della caccia. Dopo quattro anni lì ora sono destinata a Bagandou, sempre in quella zona ma in un ospedale più grande e strutturato. In quell’area vivono anche i Bantù, che convive in modo non sempre positivo con i pigmei Aka. I Bantù sono l’etnia prevalente nella Repubblica Centrafricana e la convivenza non sempre è serena con i Bantù che tendono a prevaricare i pigmei. La Repubblica Centrafricana è nota anche per alcune tensioni».

Tornare là le provoca timore?

«La Repubblica Centrafricana è a maggioranza cristiana che convivevano senza problemi con i musulmani, ma le tensioni politiche, dopo il colpo di stato di alcuni anni fa sostenuto da ribelli del Ciad, ha cambiato un po’ le cose. Tuttora ci sono gruppi armati sparsi per il Paese, ci sono tantissimi sfollati e campi profughi che si appoggiano soprattutto alle parrocchie. Poi ci sono i caschi blu e tanti militari. A dire il vero la zona dove vado io non è tra quelle pericolose, non è mai successo nulla e francamente non ho paura a tornare. Da tre anni era in Italia, nella casa delle sorelle anziane ad Arco di Trento».

Aveva un po’ di mal d’Africa?

«Ci si innamora dell’Africa, la gente è stupenda, accogliente, gentile ed è proprio un altro mondo. E’ diverso, è tutto in qualche modo più facile. Il posto è molto bello, la foresta è splendida pur con tutti i suoi pericoli. L’elettricità c’è solo grazie a pannelli solari e batterie. Dopo tre anni sono felice di tornare ma il primo pensiero è di riabituarmi a quella vita e rinunciare a tante comodità. Ma quando si arriva là si fa molto presto».

Cosa chiede una suora impegnata in missione a chi è qui in Italia?

«Sarebbe prezioso che ci fosse più sensibilità per quello che succede nel resto del mondo, tante volte restiamo chiusi a quello che succede in Italia, al massimo in Europa e negli Stati Uniti. E’ importante informarsi e capire cosa accade nel mondo. E poi ci si aspetta un aiuto anche economico: senza i benefattori andremmo poco lontano. La gente è molto generosa, ma le offerte però stanno scendendo tanto, anche a causa delle difficoltà dovute alla crisi. Anche la politica attuale non sempre aiuta ad apprezzare e a incoraggiare gli aiuti verso paesi più poveri».

Infine: si sente più suora o più infermiera?

«Tutte e due Il messaggio e la carità devono andare insieme». —



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