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San Felice. Il casino di caccia dei Duchi d'Este: gioiello da salvare

Gianluca Pedrazzi
San Felice. Il casino di caccia dei Duchi d'Este: gioiello da salvare

Nel cuore di San Felice, ferito dal terremoto sta crollando ed è di privati. Il Comune sta cercando, grazie ad un'ordinanza regionale che stanzia fondi per il recupero, di trovare accordo per gestirlo. Ma occorre fare in fretta

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SAN FELICE.Un tempo ci si arrivava dopo aver percorso un viale scenografico di ottocento metri e a percorrerlo era la corte dei Duchi Francesco IV e Francesco V d’Este. Gli ultimi duchi di Modena. Tutt’attorno un enorme bosco che si estendeva per chilometri e fino all’immediato dopoguerra era una delle più grandi riserve di caccia del re, che una sciagurata decisione politica decise di abbattere togliendo così alla Bassa e al Modenese quella che oggi, tra fauna e flora, sarebbe un grande tesoro turistico. Ma tant’è.

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Oggi il problema è un altro, diventato ancor più impellente da risolvere dopo l’ulteriore ferita che il terremoto gli ha inferto sei anni fa. San Felice, Modena e l’Emilia stanno perdendo uno dei tesori storici e artistici. In pieno centro della cittadina della Bassa, l’ex casino di caccia dei Duchi di Modena (noto anche come ex villa Ferri) ogni giorno che passa rischia di restare solo un cumulo di macerie.

Appartiene a privati e dopo il terremoto un’ordinanza della Regione lo ha inserito tra la quindicina di immobili di valore artistico e culturale da salvaguardare. Un’ordinanza stanzia per il suo recupero circa 3,8 milioni di euro con direttive semplice e chiare come per tutti gli altri patrimoni che lo Stato vuole salvaguardare: fondi disponibili ma l’immobile, anche se privato, deve passare come gestione sotto le ali del pubblico, nella fattispecie il Comune di San Felice, che potrà disporne per un periodo di qualche decina di anni. Dopodichè il bene tornerà nelle piene mani del privato. 

In questi sei anni il Comune ha cercato più volte di incontrare i proprietari dell’ex casino di caccia dei Duchi per salvaguardare un patrimonio che non è solo nel dna dei sanfeliciani, ma di tutti i modenesi. Gli incontri però non hanno ancora portato a una decisione.

Il Comune non si è dato pace e anche nei mesi scorsi ha cercato contatti con la proprietà (una famiglia mirandolese) per arrivare a una soluzione con due opzioni sul tavolo: accordo per cercare di usufruire dei fondi che stanzia l’ordinanza della Regione per la ricostruzione postsisma oppure procedere, anche direttamente, con l’acquisizione dell’immobile.

Ma siamo ancora al punto di partenza, col Comune che come i sanfeliciani , i modenesi, la Soprintendenza e lo stesso Fai (Fondo Ambiente Italiano) che lo ha inserito tra i “posti del cuore” e da tutelare, vede - giorno dopo giorno - sgretolarsi l’enorme villa che fa ombra al centro storico. Perderlo sarebbe un peccato mortale. Recuperarlo, mettendolo al servizio della comunità, con biblioteca, ludoteca, uffici, sale eventi e un progetto che lo valorizzi anche sul piano turistico sarebbe, invece, un dovere.

Il Comune e la stessa Regione ci stanno provando ma occorre sedersi (in fretta) a un tavolo. Pubblico e privato. Nell’interesse di tutti. Abbandonato, poi ferito dalle scosse del maggio di sei anni fa, lo splendido casino di caccia dei Duchi di Modena, con i suoi scaloni, saloni e affreschi oggi è indifeso,con crolli che si moltiplicano e nel giro di un anno potrebbero rendere inutile qualsiasi intervento. E scusanti allora non ci saranno per chi non vuol guardare in faccia realtà e futuro. —
 

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