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Sentenza Meta: una famiglia risarcita con 750mila euro

A.Setti
Sentenza Meta: una famiglia risarcita con 750mila euro

Il giudice civile condanna Preti, Terrieri e l’assicurazione: 250mila euro a moglie e 2 figli dell’operaio Mohamad Azarg Nel crollo del 2012 tre morti

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SAN FELICE. Settecentocinquantamila euro di condanna, a favore della moglie e dei figli di Mohamad Azarg, l’operaio finalese di 46 anni morto il 29 maggio del 2012 sotto le macerie dello stabilimento Meta che gli crollavano addosso.

Lo ha stabilito il tribunale civile di Modena, con una sentenza di qualche settimana fa, da poco pubblicata e rimasta finora singolarmente riservata, a firma del Giudice Martina Grandi.

Sentenza che non collima perfettamente con i capisaldi del processo penale in corso, ad esempio perché nella causa civile l’ingegnere del Comune Castellazzi e il sindaco Silvestri sono stati ritenuti attendibili testimoni, mentre nella causa penale sono tra gli imputati.

Inoltre, la causa era stata intentata dall’avvocato Mario Marchiò solo per conto dei famigliari di Azarg, mentre i decessi furono tre: morirono anche l’altro operaio Kumar Pawan, 31 anni, e l’ingegner Gianni Bignardi, 55 anni, di Mirandola, chiamato proprio per verificare se l’agibilità rilasciata due giorni prima per riaprire lo stabilimento trovasse corrispondenza o servissero altre opere.

In questo caso il giudice ha condannato Paolo Preti, titolare ora e allora della Meta, e il suo geometra Claudio Terrieri, che aveva presentato al Comune una agibilità provvisoria tenendo conto delle indicazioni richieste dallo stesso Comune. Duecentocinquantamila euro in solido per ciascuna delle parti costituite, che sono stati addossati ai due e alle Assicurazioni Generali. Nessuna condanna invece per CoopSette, che costrui lo stabilimento ed invece è in liquidazione, e per Coop Muratori San Felice che lavorò nello stabilimento, ma fece opere minori. Non condannato anche l’ingegnere che diresse i lavori di costruzione. Durante il processo Generali ha eccepito che il Comune subordinò la riapertura delle aziende alla presentazione di un certificato di agibilità. Ed ha eccepito inoltre, un massimale di polizza di un milione.

A riguardo di Terrieri, il giudice sostiene che a prescindere dalle indicazioni del Comune avrebbe dovuto attenersi alla normativa e che, in sostanza, il suo accertamento statico non lo esonerava dal tener conto della situazione di quei giorni, con prevedibili nuove scosse sismiche importanti.

Così dicasi per Preti: «Il comportamento dell’imprenditore si appalesa imprudente e negligente sotto diversi profili. Alla data del rientro in servizio dei lavoratori, quando lo sciame sismico non si era esaurito, Paolo Preti era consapevole della doverosità di ulteriori opere di messa in sicurezza e di non aver applicato presidi metallici in tutte le campate... sapeva che il capannone era vulnerabile sotto il profilo sismico e, quindi, che non poteva garantire al 29 maggio un ambiente di lavoro sicuro».

La famiglia aveva già avuto un risarcimento da 500mila euro circa dall’Inps, cui ora si aggiunge la condanna del Tribunale civile. —

A.Setti



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