Fuoriclasse/ «Io, volontaria negli ospedali, al fianco di chi è solo nel dolore»
Paola Pratissoli dedica gran parte del suo tempo a chi è ricoverato «Con Avo facciamo compagnia ai pazienti e li aiutiamo nei pasti»
MODENA. Entrando all’interno della segreteria dell’Associazione Volontari Ospedalieri, veniamo accolti con un ampio sorriso e un caloroso benvenuto da Paola Pratissoli, volontaria dell’A.V.O. Da quasi diciassette anni lavora al fianco di chi ha bisogno tra i corridoi ospedalieri, rivelando una personalità energica e solare, che fa subito sentire a proprio agio.
Cosa si intende parlando di A.V.O?
A.V.O., Associazione Volontari Ospedalieri, oggi conta circa 240 sedi che operano in oltre settecento tra ospedali e altre strutture di ricovero, su tutto il territorio nazionale. Nel Modenese conta 274 volontari tra gli ospedali e le case di cura distribuiti in più di venti reparti dal lunedì al sabato a pranzo e a cena; l’impegno minimo obbligatorio richiesto per ciascun volontario è di un turno settimanale di due ore. Il volontario si impegna a offrire al malato compagnia, un momento di dialogo anche breve e piccoli aiuti durante i pasti. Inoltre non sono richieste competenze medico-sanitarie.
Com’è nata? Su quali ideali si fonda?
L’8 dicembre del 1967 il Dottor Erminio Longhini, alla richiesta di un’anziana di un bicchiere d’acqua si accorse che il personale sociosanitario non se ne sarebbe potuto occupare. Così l’A.V.O. ufficialmente nel 1975, venne istituita a Milano per rispondere a queste esigenze. Per contrastare la sofferenza, i volontari offrono sostegno e solidarietà anche nelle piccole cose: un sorriso, una chiacchierata, …
Chi può entrare a farne parte? Qual è l’età media dei volontari?
Tutti i maggiorenni che hanno partecipato ad un breve corso di formazione avendo così la possibilità di entrare in servizio non accompagnati. Non è un’esperienza di volontariato come le altre, si tratta di stare a stretto contatto con il dolore non solo del malato, ma anche dei parenti. Personalmente ho deciso di farne parte dal momento in cui sono andata in pensione, spinta dal desiderio di dedicare il mio tempo libero a chi ne ha più bisogno. L’età media dei volontari si aggira tra i 50 e i 60 anni ma si sta pian piano abbassando, accogliendo un pubblico sempre più giovane.
Quali sono gli aspetti sia negativi che positivi di quest’esperienza?
Quello che ti offre un’attività di questo genere è la consapevolezza dell’importanza dei rapporti umani: la maggior parte degli assistiti sono infatti persone anziane che vivono la solitudine. Non richiedendo un eccessivo monte ore settimanale, consente al volontario una gestione più libera del servizio. Inoltre, accresce la sensibilità e la solidarietà. Con l’esperienza ho notato che si sviluppa una comprensione dei comportamenti del paziente: il rifiuto di essere imboccati e di dialogare o, al contrario, la gioia di una visita inaspettata.
Le difficoltà non mancano poiché si è a stretto contatto con la sofferenza e una volta tornati alla vita di tutti i giorni è necessario riuscire a separare le due realtà per non soccombere al dolore. Nella mia esperienza è accaduto che alcuni pazienti nei reparti di lungodegenza venissero a mancare, lasciando il letto vuoto…
In cosa l’ha cambiata quest’esperienza e cosa pensa che lasci soprattutto ai giovani?
Sicuramente ho capito che i piccoli inconvenienti quotidiani come i litigi in famiglia, a lavoro o tra amici sono irrilevanti quando la salute viene a mancare. Direi che ai giovani faccia capire soprattutto l’importanza di questo aspetto spesso sottovalutato.
Mariagrazia Dell’Aquila e Silvia Cavallini Campana
Video realizzato da Maria Sofia Gavioli
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
